Blue Whale, storia della balenottera che diventò una bufala

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C’era una volta una Blue whale, una balenottera azzurra. Che come per magia si sgonfiò e si ridusse a una bufala.

Storia del fenomeno Blue whale, spiaggiatosi in poco più di 48 ore

blue whale

Se siete mamme di teenagers, o soltanto mamme un pochino social, non vi sarà sfuggita ‘sta storia della Blue Whale challenge.

E’ una sorta di gioco macabro che si conclude con il suicidio del giocatore.

Brevemente, anche perché avrete modo di leggere ovunque di cosa si tratti, ecco cosa è questa Blue Whale Challenge.

Ci si iscrive a qualche gruppo social di suicidi (virtuali o reali ancora non l’ho capito).
Si viene contattati da un curatore (? Misteri della rete…. Certamente i malintenzionati sono più bravi degli onesti a rintracciare gli allocchi).
Il curatore invia 50 regole da seguire, una al giorno, per indurre la depressione nel giocatore.
Film horror, musica triste, richieste di autoflagellazioni.
Al 50esimo giorno si riceve l’invito a suicidarsi, filmandosi in presa diretta.

Sembrerebbe che la Blue Whale Challenge sia nata in Russia.
E qui da noi la scorsa settimana l’abbiano importata Le Iene su Italia 1.

E da quel momento è tutto un parlare di Blue whale e balenottere azzurre.
Io il servizio l’ho visto e ve lo evito.

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La iena in questione arriva in Russia e intervista le mamme di due vittime. E poi spiega questo gioco. E come la redazione sia stata contattata per indagare su un possibile coinvolgimento in questo gioco di un ragazzo di Livorno.

Sembrerebbe infatti che la prima vittima della BlueWhale challenge italiana sia questo ragazzo, suicidatosi da un palazzo di Livorno alcuni mesi fa.

Oggi invece, poco più di 48 ore dopo il servizio delle Iene, arriva la smentita.

Blue Whale non esiste.

E il Corriere.it lo spiega in 10 slides. Che se non era per la pubblicità ci risparmiava pure di cliccare 10 volte prima di capire come andava a finire sta bufala.

In pratica il Corriere smonta tutta la tesi accusatoria delle Iene. Perfino la paternità del presunto ideatore del gioco. Tale Philip Budeikin, considerato l’ignoto 1 del gioco. Il padre, il capostipite.  Arrestato lo scorso anno. 

E lo fa citando fonti, sembrerebbe, attendibili.
Ora io qui vorrei commentare questa storia cercando di farmi un’idea quanto più oggettiva. Per capire se la Blue Whale challenge sia una bufala.
E infine fare delle considerazioni, che vanno al di là della verità.

In primo luogo, pur avendo visto e creduto alle Iene, reputo il servizio poco attendibile. Cioè, sicuramente il servizio è vero, le testimonianze anche. Ma non credo alla comunità Blue Whale in stile massoneria.

Per commentare in maniera semioggettiva il video delle Iene, è bene ricordare alcune cose.

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Primo: in Russia l’accesso alle informazioni, dicono, non è facile e immediato.

Come sia possibile che la Iena sia arrivato fino alle madri di due vittime della Blue whale, io me lo chiedo.
Per anni ci hanno nascosto dettagli utili alla comunità internazionale su Chernobyl e questo arriva bello bello a intervistare due madri di vittime di una organizzazione a delinquere? Possibile, ma consentitemi il beneficio del dubbio.

Secondo: le Iene non fanno esattamente “giornalismo d’inchiesta”. Tempo fa ricordo che una ragazza che ha un blog che parla del Giappone si rifiutò di collaborare con loro perché sosteneva che le Iene volessero confezionare ad arte un sevizio su certi vizi giapponesi, che non erano però usi e costumi nazionali. Tipo forme di feticismo o cose del genere. Che certo appartengono a qualche giapponese ma non a tutto il popolo.

Questo per dire che non mi fido al 100% dell’attendibilità dei servizi fatti in una trasmissione semicomica, per di più su una Tv commerciale.

Ecco perché fondo la mia convinzione che la storia della balena azzurra, o per lo meno la sua origine, possa essere falsa.

Mi sono pure iscritta a questo social russo per capire meglio. Ho chiesto di giocare, di essere contattata da un curatore. E dopo che un tizio mi ha “agganciato” chiedendomi se davvero volessi giocare, la prova è finita nel peggiore dei modi: il profilo di xxx è stato oscurato! Non saprò mai se potevo essere inclusa tra gli adepti di Moby Dick o meno.

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A me sembra, che al di là di un vero responsabile di tutta questa Blue whale challenge, ci sia una regia simile a quella dell’Isis.

Cioè, che anche un coglione con manie da serial killer si può improvvisare tutor, entrare nelle maglie di questi giochi on line e continuare queste catene folli di suicidi.

A questo punto, invece di domandarsi chi è l’ideatore, chi sono ‘sti curatori, com’è la genesi della Blue Whale e se l’organizzazione è piramidale o piatta vale la pena fare considerazioni diverse.

I ragazzi che si sono suicidati avranno fatto o meno ‘sti 50 giorni di penitenza.
Avranno anche aderito al gioco.
Non so se erano infelici, tristi, depressi o normalmente felici teenagers.

Credo però che tutti abbiano mescolato la vita reale con quella virtuale.

Ragazzi, e io ne ho uno in casa, che stanno tutto il giorno attaccati a questi smartphone.
E vedono il mondo da un blog (perdonatemi la citazione di un mio conterraneo).
Alla fine quasi non distinguono più un gioco virtuale dal reale.

Era successo 30 e passa anni fa con la Tv. Chi ha superato gli anta come me ricorderà della leggenda metropolitana del bimbo che si era lanciato dal balcone credendosi Goldrake.

Adesso siamo alla balena. E anche alla frutta direi.

Che magari questi millenials trovano che diventare il pescatore di balenottere sia figo. E arrivano al punto di sfidare la morte. Finchè la morte però, sfidata, li batte.

Avete dimenticato le bravate fatte in adolescenza? Io no. E a volte mi chiedo se sia stata fortuna o intelligenza non avere avuto danni collaterali.

E ricordo anche bene come non è che coinvolgessi mia madre in ogni mio pensiero o opera.
Noi non conosciamo i nostri figli. Non illudiamoci di sapere e vedere tutto. Non è così.

Ma possiamo stargli accanto e cercare un varco tra il loro mondo e il nostro.
Una connessione tra loro e la rete a cui stanno attaccati h24.

Intravedere qualche segnale di sofferenza, o al contrario di felicità.
Così da essere almeno in preallarme per ogni leggenda metropolitana che gira e girerà intorno a loro.
Non abbassiamo la guardia.

Classe 1971, dicono buona annata per il barolo, viaggiatrice per indole, blogger per caso, mamma per scelta di 2 ragazzi di 8 e 14 anni che come tutti i figli (maschi per giunta), mi fanno tribolare.

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