L’educazione dei bambini in Cina

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La società cinese… più cerco di conoscerla e più mi sembra complessa.
Ciò che fanno, ciò che pensano, deriva da un background storico del tutto diverso dal nostro e cercare di capire le motivazioni che spingono i cinesi alle loro scelte non è sempre facile per noi occidentali.

Come ad esempio la famiglia: tradizionalmente legata al confucianesimo (che prevede un’incondizionata devozione filiale verso i genitori e, in generale, gli anziani), ha subito un ulteriore cambiamento nei trent’anni di politica del figlio unico.  Quest’ultima, abolita da pochissimo, ha creato milioni di nuclei familiari composti da mamma, papà, nonni (onnipresenti) e un solo figlio, spesso viziato e sicuramente sottoposto ad una pressione familiare altissima, in quanto circondato da ben cinque persone che trasferiscono su di lui aspettative altissime.

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Non per nulla, nell’ambito della cultura asiatica, è famosa la figura della “mamma tigre”, ovvero quella donna che esige il massimo dai propri figli, vieta loro divertimenti e svaghi considerati superflui per riempire invece il loro tempo di attività utili, che potranno dare loro un valore aggiunto nel futuro: suonare uno strumento, imparare le lingue, disegnare o prendere lezioni di ballo.

Famosissimo tempo fa il libro di Amy Chua “Il ruggito della mamma tigre”, nel quale l’autrice spiega come ha educato con il rigido sistema cinese le sue due figlie, vietando loro TV e pomeriggi con gli amici, senza sentire il bisogno di rassicurarle continuamente, assecondarne le predisposizioni o, men che meno, chiedere la loro opinione su questo o quello. Le figlie della mamma tigre eseguono ed è lei a scegliere le attività che trova più fruttuose.

Nella vita quotidiana qui in Cina, ne vedo molti di questi bimbi oberati di attività: ricordo che quando mia figlia frequentava l’ultimo anno di asilo, una delle mamme mi aveva raccontato che suo figlio si lamentava che gli altri ragazzini giocavano in giardino mentre lei lo faceva stare in casa a imparare a scrivere, leggere, far di conto e riconoscere i caratteri cinesi. Io mi ero astenuta dal fare commenti, anche se per noi italiane una cosa simile è inaccettabile: consideriamo l’infanzia dei nostri figli sacra e vogliamo che si divertano con gli altri bambini, vogliamo che crescano sereni e bilanciati e che non siano stressati già prima di cominciare il vero, difficile percorso scolastico delle superiori o dell’università.

Ma qua in Asia è diverso: la società è competitiva e il miglior gesto d’amore che i genitori sono convinti di fare per i propri figli è quello di metterli nella condizione di eccellere in ogni campo, di spiccare in una popolazione numerosissima dove, chi ha mediocri abilità, è destinato a confondersi nel mucchio.

La società cinese moderna, inoltre, è a detta di tutti molto orientata al materialismo, alla ricerca della ricchezza e del benessere: per ottenere tutto questo è necessario applicarsi e studiare, a volte a testa bassa.

La ricerca della felicità personale non è contemplata per il momento: i ragazzi obbediscono a nonni e genitori e cercano di compiacerli come meglio possono.

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A proposito di nonni: proprio perché il cinese medio sta cercando in tutti i modi di migliorare la sua condizione economica, i nonni diventano un caposaldo della famiglia in quanto si prendono cura dei nipoti mentre mamma e papà sono al lavoro fino a tardi.
Non è nemmeno raro il caso di genitori che emigrano in città per cercar migliori fortune e lasciano i figli coi nonni in campagna. Ma questa non viene vista come una cosa negativa: ognuno in famiglia fa tutto il possibile per garantire alla prole un futuro brillante e il fatto che manchi la presenza materna o paterna passa in secondo piano.

Ammetto che, immersa come sono in questa visione della genitorialità, mi sto chiedendo se lasciar fare ai figli tutto ciò che vogliono, lasciarli scegliere le attività preferite o chiedere la loro opinione su tutto sia davvero la strada migliore per creare gli adulti del futuro.
Lungi da me vietare pomeriggi con gli amici o qualche cartone alla TV, credo però che il ruolo del genitore sia anche quello di mettere dei paletti e guidarli, insegnando loro anche lo spirito di sacrificio e la capacità di ottenere con fatica un risultato. Italia vs. Cina, chi vince? Sicuramente il giusto sta nel mezzo!

Classe 1972. Sono nata a Trieste, trasferita prima a Gorizia poi a Suzhou (dove vivo tuttora). L'Asia è stata sempre presente nei miei pensieri e quest'avventura mi sta regalando molte soddisfazioni

Discussion1 commento

  1. la via di mezzo e’, a parer mio, sempre la migliore.
    Comunque io ricordo un episodio successo quando ancora eravamo in Italia. Erano le 5:30 ed eravamo nello spogliatoio della piscina dopo la lezione di nuoto (mia figlia aveva 6 o 7 anni). Una mamma dice alla figlia in tono secco: “sbrigati ad asciugarti i capelli che hai ancora la lezione di danza e dopo cena arriva l’insegnante di inglese”. Io sono rimasta senza parole… Io ho sempre ritenuto che piu’ di due attivita’ extra-scolastiche siano eccessive.

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