Quando conosci le risposte… la vita scolastica ti cambia le domande

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Questo post è semplicemente la prova di ciò che accade ogni giorno a scuola: prevedi un problema e organizzi la soluzione ma, quando conosci tutte le risposte, la vita scolastica ti cambia le domande.
Torno in classe dopo la prova Invalsi di matematica e dopo aver somministrato la prova in quinta: ero sfinita dall’attesa e dal pensiero per loro… e anche per me.

Capire bene se sono riuscita a dargli qualcosa in quest’anno è importante.
Diciamo che è vitale.

Non che L’Invalsi sia la lente attraverso cui guardo il mio lavoro, ma sicuramente ne valuta una parte consistente con tutte le considerazioni e le variabili del caso. Prova della tensione è stata la sensazione di crinatura completa alla sera. Mi stavo letteralmente smontando in un centinaio di pezzi.

Forse il lavoro dell’insegnante è unico proprio in questo senso: l’obiettivo che tu devi raggiungere in realtà passa attraverso il successo di altre persone e queste persone sono bambini.
Quindi, se non lo raggiungi, in realtà non te la puoi prendere con loro ma solo ed esclusivamente con te stesso.
E mentre tu, aprendo la porta, ti fai tutte le paturnie del caso… loro no.
Loro sono lì, come fosse un qualsiasi giorno di scuola, chi seduto, chi in giro per la classe, forse un po’ adrenalinici, ma esattamente e diversamente uguali a loro stessi.

Mi hanno visto e in tre o quattro, i soliti nostri coccoloni che hanno bisogno ancora di un abbraccio, si sono avvicinati e mi hanno stretta forte. Ma sì, lo fanno sempre, però mi ha fatto più effetto.
Comunque tutto nella norma. Sembra. 
Poi vedo in fondo alla classe il mio “noi uomini duri” che mi guarda.
Lui mi guarda e basta, forse aspettandosi la domanda “Come vi è sembrata la prova?” e sperando nel contempo che non la faccia. È troppo serio.
Ma la faccio quella domanda…
Ecco che vedo il rossore sulle guance: lo conosco, si è accorto di aver sbagliato qualcosa nella prova di matematica, qualcosa che poteva far bene, ma si è confuso e non riesce a mandarlo giù. Non fa pace con se stesso.
Con me sì. Con se stesso no.
Ma lui è così, lui vuole fare bene, punto.
Solo un sorriso plastico tra le guance arrossate da un misto di emozioni, senza proferire parola.
Tutti che dicono di aver risposto questo o quello. Ma lui chiede all’istante di andare in bagno. Mi passa sotto come un fulmine a testa bassa.
Anche una maestra in questi momenti non sa che fare.
Penso a come farlo sentire bene ugualmente, perché avrebbe tutto il diritto di sentirsi bene ugualmente. Ma non è uscito niente, perché lui non lo intorti con un “siete stati bravissimi tutti”.
Lui si è già autovalutato.
Ok. Calma.

Crescerà, e lo farà davanti ai miei occhi.
Imparerà che per me è un campione ugualmente, perché è entusiasta della matematica.
Imparerà che l’errore fa parte di tutte le menti ed è anzi vitale per una mente che cresce.
Imparerà che l’emozione può far sbagliare. Ma tutto ciò non lo puoi spiegare, perché a fare filosofia con un bambino in quel momento non risolve nulla.
Sono sensazioni che si rielaborano vivendo il seguito della storia ed io farò di tutto per dargli l’appiglio che gli occorre per superare, sperando di cogliere l’attimo prima possibile.

Forse per bambini come lui è fondamentale sbagliare, proprio per comprendere che dopo lo sbaglio c’è un seguito.  Niente finisce lì, tutto continua meglio di prima.

Nelle occasioni che si presenteranno farò in modo che capisca questo da solo, perché da solo ha vissuto la sua caduta.
Voi non immaginate quanto scomoda sia l’empatia a scuola, quando sai perfettamente che i gradini alti li devono salire con i loro “muscoli” e che se li prendi in braccio gli fai il danno di una vita.
Stare a guardare con il cuore che fa crock.
Non avere soluzioni immediate, ma mantenere comunque l’obiettivo.
Queste sono nuove regole, dure, dolorose, necessarie.

® Riproduzione Riservata

Volevo fare l’archeologa… invece sono moglie, mamma, sorella e maestra e per me è più che sufficiente, anzi, ottimo. Sono una donna “orgogliosamente media”, ma decisamente realizzata, che non si annoia neanche un po’…

Discussion4 commenti

  1. Ce ne fossero di maestre empatiche come lei… attente alle sfumature del carattere di ogni singolo bambino. Chapeau!

    • Grazie! Tutto l’impegno è direttamente proporzionale alla soddisfazione che i bambini danno. Si meritano tutta la nostra attenzione. I bambini sono meglio. Grazie per aver letto

  2. Grazie per aver letto! I bambini che crescono, quando sono in difficoltà toccano il cuore nel profondo.

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