speciale parto

Questo dolore ti sarà utile

Quante volte abbiamo pensato che il dolore, la sofferenza, trovino una loro dimensione, un loro spazio e, addirittura, una loro utilità, forse maggiore delle sensazioni positive, del senso di pienezza, soddisfazione e compimento?

Leggendo Istruzioni per rendersi infelici, vademecum di Paul Watzlawick che insegna a trovare in ogni vissuto la parte oscura per non cadere in un’atarassia creativa, figlia della statica felicità, mi è tornato alla mente quel piccolo capolavoro di film diretto da Roberto Faenza e tratto da Un giorno questo dolore ti sarà utile di Peter Cameron.

Ritrovo con il pensiero la magistrale interpretazione del diafano Tony Regbo, nei panni di James, figlio diciassettenne di una coppia di newyorkesi separati, con tanto di madre alle prese con l’ennesimo matrimonio fallito e di padre in carriera, vittima della contemporanea necessità tutta maschile -non universale, non me ne abbiano i rappresentanti del sesso forte, ma ahimè diffusa- di mutuare la femminile corsa al ringiovanimento a qualsiasi condizione, per cadere nelle mani di un chirurgo estetico che solleverà le sorti di una pelle in fisiologica discesa.

Sogno del ragazzo: acquistare una casa in un piccolo paesino di provincia ove potersi dedicare alla lettura e alla coltivazione di quei valori che la grande mela sembra aver perduto o dimenticato nel suo frenetico correre, rincorrere e rigirarsi su se stessa.

College? No, grazie” pensa James, perché se i risultati dell’istruzione superiore sono i modelli cui egli ha immediata accessibilità, meglio ritirarsi in un locus amoenus (il Midwest) e allontanarsi dalla galleria dove nessun visitatore si tramuta in acquirente, e dalla life coach cui James viene affidato per la dissipazione di presunti nodi interiori che non gli fanno sognare un futuro normale per un newyorkese normale.

Solo Nanette, la nonna che gli offre rifugio fisico e spirituale, sembra comprendere il sensato bisogno di sperimentare se stessi in relazione ai sogni, per potersi definire facendo tesoro della dose di dolore che spetta di diritto – dovere ad ognuno di noi.

Aprono una serie di interrogativi, invitano a riflettere, Cameron con le parole, Faenza con le immagini. Oggi l’adolescente ‘bizzarro’ (concetto ridondante, un’adolescenza non bizzarra è davvero un’adolescenza?) viene gettato in pasto ai coach? Quale modello aziendal-psicologico si cela dietro questo disperato tentativo di ricondurre i nostri figli sui binari dei bisogni indotti, riconosciuti alla base della piramide di esigenze primarie?

In un mondo in cui seguiamo corsi per imparare a leggere le fiabe della buonanotte ai nostri bambini, vince ancora il metodo fai esperienza, sbattici il muso contro e capirai? La bellezza tragica di questo film sta nel non usare espedienti. Sul tavolo ci sono le tragedie familiari postmoderne: separazioni, riparazioni, ricostruzioni in altre forme di nuclei familiari che perdono la polarità, la mancanza del tempo qualitativamente di valore con i figli che abbiamo messo al mondo, la costruzione di un futuro per loro che segua i nostri programmi.

Oppure tutto ciò è sempre avvenuto, solo lo chiamavamo con un nome diverso, oppure non si definiva affatto e destava meno punti di domanda?

In fondo, il romanzo di formazione è sempre esistito, dall’ Emile di Rousseau in avanti; senza scomodare i grandi maestri della filosofia dell’educazione, quante madri hanno iscritto le loro figlie a danza incuranti della naturale predisposizione fisica e della volontà delle povere creature, costrette in orribili tutù fucsia, per vederle esercitarsi su un demi plié che riusciva solo ad un decimo di esse, per essere ottimisti?

Splendida la figura della nonna, baluardo non della tradizione né di un nostalgico modo di pensare, ma semmai di una sanissima convinzione per cui solo vivendo e comprendendo cosa vogliamo da questa vita possiamo differenziarci e non sentirci ‘geneticamente alterati’ se i nostri desideri non corrispondono a quelli dei più. In una frase, sii forte e paziente: un giorno questo dolore ti sarà utile.  Echi del Thomas Mann de I Buddenbrook, perché il parallelismo con Salinger è quasi fastidioso nella sua ovvietà.

Colorito il contorno : la sorella maggiore di James, innamorata di un attempato professore di teoria del linguaggio, il cagnolino che crede d’essere umano, il collega omosessuale, tipo umano immancabile nel contesto urbano contemporaneo e che si rivelerà illuminante sotto molti punti di vista…

 

Valentina Cozzoli

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