Pensare ad un altro figlio: la paura e la voglia

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Credo che siano molte le donne che, arrivate ad una certa età, sentano l’out out proveniente dal proprio utero.
Non importa quanti figli si hanno già: dopo i 35 anni, età che quasi tutti i ginecologi fanno risuonare come il limite ultimo per avere una gravidanza con rischi limitati, per mamma e per bambino, molte di noi cominciano a pensare ad un altro figlio come un’occasione da cogliere, ora o mai più.

Pensare ad un altro figlio non è sempre puro desiderio di maternità, spesso è solo paura di pentirsi in futuro per non averlo fatto.

Pensare ad un altro figlio è, spesso, solo un monologo interno, prima ancora che un dialogo col proprio partner che, invece, in genere, soffre di onnipotenza procreativa fino all’ultimo dei suoi giorni e, dunque, non si pone proprio il problema.
E’ come abitare in riva ad un fiume e avere tutto ciò che serve ma, all’improvviso, sentire la voglia di arrivare fino al mare, con la consapevolezza, però, che per farlo, è necessario restare a galla nelle rapide del corso d’acqua. Impossibile arrivarci via terra, l’unico modo è, dunque, approfittare della piena, prima che arrivi la siccità.
Affrontare la piena, con tutta la sua violenza per godere, poi, della bellezza del mare oppure restare sulla riva di un fiume conosciuto e che regala, comunque, tanta ricchezza?
E se poi, il mare non fosse così bello come dicono?
E se le rapide non lasciassero scampo?
Allora, forse, meglio restare, rischiando, però, di rimpiangere il mare una volta che sarà ormai irraggiungibile.
O forse no…

pensare ad un altro figlio

Pensare ad un altro figlio: la paura

Siamo umani e le situazioni sconosciute ci fanno paura, figuriamoci quelle conosciute!
Sappiamo bene cosa significhi affrontare nove mesi di problemi di stomaco, limitazioni fisiche, esami continui e ansia, seguiti, poi, da almeno altrettanti di tsunami famigliare. Se le notti in bianco ed i pianti continui sono stati strazianti quando si doveva pensare solo a quel piccolo troll indemoniato, figuriamoci cosa potrebbe succedere se, oltre al troll piccolo, ce ne fosse uno, o due, più grandi.

Ci sono gli impegni coi figli maggiori, che vanno all’asilo, a scuola, che fanno dello sport, che hanno bisogno di attenzioni e di tempo che, quando arriva un neonato, scarseggia.
Poi c’è l’età, che, come si diceva, si avvicina più ai quaranta che ai trenta e tutto si fa più difficile, fisicamente e psicologicamente.
E se dovesse capitarmi qualcosa di grave? Se dovessi stare giorni all’ospedale, chi si occuperebbe dei miei figli?
E se il bimbo dovesse avere dei problemi?
Sono rischi da mettere in conto che riguardano non solo la coppia ma tutta la famiglia, perchè, qualsiasi cosa andasse storto, le conseguenze coinvolgerebbero anche i figli che già ci sono.
Forse ogni età ha le proprie potenzialità e, pensando al futuro, mi chiedo: sarò in grado, a cinquant’anni suonati di affrontare l’adolescenza di un eventuale altro figlio, ammesso che sia sopravvissuta a quella degli altri che la vivranno mentre io sarò distratta dallo spannolinamento del fratellino?

Forse pensare ad un altro figlio è una follia che, dopo una certa età, non si ha più il coraggio di fare.

pensare ad un alto figlio

Pensare ad un altro figlio: la voglia

Eppure, quell’orologio è lì e mi osserva ticchettando.
La voglia di essere guardata ancora come una dea da una piccola sanguisuga attaccata al mio seno c’è.
La voglia di una famiglia numerosa c’è ancora e la visione dei miei figli che, in futuro, potranno contare gli uni sugli altri mi dà una sensazione sicurezza immensa.
Un nuovo sorriso, una nuova avventura, un nuovo mix inedito tra la mia essenza e quella di mio marito: ecco la voglia che avrei!
E, se invece, fosse solo un modo per avere la dispensa piena e prepararsi ad una guerra che, forse, non verrà?Se fosse un inganno delle mie ovaie che tentano di sedurre la mia mente?
Forse è solo paura di non poter tornare indietro o di non poter più andare avanti.

Voi sentite quel profumo di salsedine? Che fate? Lo seguite a vostro rischio e pericolo o vi godete, coi piedi a mollo, la tranquillità del lungofiume?

Vivo in Val di Susa, un posto in cui ancora i vicini si scambiano i biscotti fatti in casa ed i bambini crescono insieme. Due figli, un marito, un diploma di sommelier e una piccola ditta che seleziona e rivende vini di qualità

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