La rabbia degli adolescenti adottivi

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Come dice la mia amica Margarita Soledad Assettati, grande psicologa e figlia adottiva, “il figlio adottivo non lo diventa, nasce proprio arrabbiato”… e lei, in quanto adottiva, parla a ragion veduta!

Ora, scherzi a parte, la rabbia fa parte della vita degli adolescenti in generale, quindi anche degli adolescenti adottivi.

La rabbia, come ogni emozione, è utile e funzionale alla sopravvivenza della specie; è importante sentirla, riconoscerla ed esprimerla in modo che diventi un punto di forza e non una debolezza.
Negli adolescenti adottivi però spesso è il sentimento che emerge in maniera più evidente.
Rabbia verso la vita perché è stata ingiusta con loro, nella loro testa c’è un interrogativo enorme, è un continuo chiedersi perché ciò che è accaduto sia accaduto proprio a loro e non ad altri per esempio.
Rabbia perché non riescono a riconoscersi in nessuno intorno a loro, il non sapere perché si è così, da chi si siano ereditati quel colore degli occhi o dei capelli, quel non sapere porta poi a non capire e a non sentire di appartenere totalmente a qualcuno.

Forse è proprio questa una delle ombre che si allunga nell’anima dei nostri figli: “io non so a chi appartengo veramente” anche se la maggior parte di loro ha questo desiderio nel cuore.

Credo che questo “non sapere” faccia arrabbiare tanto. Il non avere riferimenti somatici in cui rispecchiarsi è come se creasse in loro un buco incolmabile.
Questa rabbia, che talvolta diventa altamente distruttiva, viene rivolta spesso proprio contro quelle persone che hanno deciso di aprire il loro cuore e la loro famiglia per accoglierli e che spesso si ritrovano disarmati ed impotenti di fronte a questa rabbia.
Quando si verificano queste situazioni c’è un intrecciarsi di vissuti, aspettative, sentimenti in un cammino non sempre facile in cui, ai cambiamenti repentini e spesso drammatici del ragazzo (sia di ordine biologico che psicologico), si aggiungono anche cambiamenti dovuti all’adozione.
Di frequente l’adolescenza nel figlio adottivo diventa un momento critico anche in casi in cui i bambini sono stati adottati piccolissimi e, la difficoltà che insorgono nella famiglia, erano tendenzialmente già presenti prima della fase adolescenziale -magari mascherate da sintomi psicosomatici, da difficoltà scolastiche o sintomatologie depressive, troppo spesso ancora interpretate al contrario come accondiscendenza o “buon carattere” del bambino che senza creare problemi aderisce ovvero si appiattisce alle richieste dei genitori e dei suoi contesti di vita comunitaria- come ci spiega la Dottoressa Roberta Lombardi, -ma ai quali non si è stati in grado (genitori, operatori psicosociali, personale scolastico ecc.) di dare ascolto e significato-.

Esprimere la rabbia, negli adottivi diventa quindi un modo di esistere all’interno della famiglia, un modo per affermare la propria identità e non essere distrutti dall’impotenza.

Ma la rabbia spesso maschera un altro sentimento, la paura.

Paura di non appartenere, paura di perdere nuovamente la famiglia e soprattutto paura di non essere all’altezza di essere amati. Per nascondere la paura mettono in atto alcune strategie come le esplosioni di rabbia che si tramutano in violenza verbale e a volte fisica e traducono la volontà di affrontare tale paura oppure trovano una via di fuga ed esplicitano il loro rifiuto con lunghi silenzi, arma che gli adolescenti sono tanto bravi ad usare.
Per cui ogni volta che ci ritroviamo di fronte ad episodi di rabbia o periodi di interminabili silenzi da parte dei nostri figli sarebbe opportuno domandarsi da quale paura nasce tutto e da lì cercare di partire.

D’altra parte però la rabbia può diventare anche quel motore che permettere loro di non soccombere alle mille pressioni a cui la vita li sottopone a causa delle loro differenze somatiche e del loro passato, è un’energia che dà la forza per mettere in atto un percorso di superamento delle difficoltà che hanno caratterizzato la prima fase della loro vita.
E’ un’emozione attiva, propositiva, nel senso che stimola all’azione e quindi può aiutare a superare ogni negatività.

Ed è questo aspetto della rabbia che va incentivato nei nostri ragazzi. Vanno aiutati ad incanalare la rabbia in modo costruttivo e creativo sia esso arte, musica, sport o altro.
Ognuno di loro ha la possibilità di usarla in maniera positiva e renderla uno dei tanti supporti per arrivare ad essere adulti positivi e vincenti.

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Discussion4 commenti

  1. … e poi c’è il bisogno dei genitori adottivi di fare felici e di sentire felici i propri figli. Si fa tanto e a volte troppo, si chiede spiegazione anche quando loro non hanno risposte da dare. Bisogna dare i limiti senza consentire loro di naufragare e senza accendere continui conflitti che allontanano e non uniscono. I genitori adottivi sono sempre lì a fare i conti con i figli del desiderio e con i loro figli, e i figli adottivi sono sempre a fare i conti con la famiglia immaginata e questa famiglia, la loro, che pone limiti e chiede.
    A ciascuno quindi il proprio lutto da elaborare. Ci si muove su un tappeto di uova irto anche di spine e se non ci fosse quell’amore che ci ha spinto uno nelle vite dell’altro forse si farebbe un disastro e invece stiamo sempre a tessere questa tela riallacciando i fili interrotti e a volte chiamando tecnici che ci aiutino quando sembra che ci siano falle troppo profonde.
    C’è anche la storia da raccontare ancora e ancora: di loro prima di noi e nell’adolescenza è ancora più importante. Ci sono cose raccontabili e cose che noi genitori adottivi ci porteremo nella tomba perchè sono irraccontabili e se i nostri figli non le ricordano non saremo certo noi a dirgliele. Perchè non si può declinare il verbo abbandono in tutte le sue accezioni violente. Si lascia così perchè la loro anima lo accetti per come può ma con una costruita idea che non è detto che sarà ancora così, che può essere diverso, che il futuro potrà essere migliore con loro.

  2. elisabetta DAL PIAZ

    Grazie. Ogni pensiero aggiuntivo è uno spunto in più per ragionare ed approfondire.

  3. La loro rabbia prima o poi arriva e, come scrivi tu, riuscire ad incanalarla è di importanza vitale, per domarla, superarla…accettarla. Mia figlia è arrivata neonata in AN ma ogni tanto gli sfoghi “inspiegabili” ci sono già adesso, che è ancora relativamente piccola. Farsi supportare, aiutare e sostenere è molto importante: purtroppo molte famiglie, o perchè non vogliono (la famosa vergogna) o perchè non trovano aiuto, sono lasciate a loro stesse.Trovare la rete giusta può fare la differenza, in un ipotetico fallimento. Diffondere la “cultura adottiva” è anche questo, parlare degli aspetti più difficili, niente tabù. Grazie per gli articoli che scrivi.

  4. elisabetta DAL PIAZ

    Credo che più che non cercare supporto proprio non si trovi il giusto referente. Troppo poco gli operatori esperti sull’argomento.

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