Adozione e disturbo dell’attenzione

Ultima modifica 15 Maggio 2013

 

Il disturbo da Deficit dell’Attenzione con Iperattività (ADHD) è un Disturbo caratterizzato da sintomi pesanti ed invalidanti di inattenzione, iperattività ed impulsività. Il Disturbo è stato associato ad un ampio spettro di conseguenze negative per il soggetto che ne è affetto ed ha un importante impatto sulle le famiglie.
Il disturbo si pensa sia di origine ereditario, tant’è che il 40 % dei bambini ADHD ha almeno un genitore affetto dallo stesso disturbo; inoltre, altri fattori che influenzerebbero e potrebbero alterare la funzione dell’attenzione, sono l’uso di droga o di alcool durante la gravidanza che porterebbero anche ad una maggiore incidenza di parti prematuri a loro volta ulteriore fattore di rischio nello sviluppo dell’ADHD.
Sembra che i bambini adottivi siano più a rischio di sviluppare ADHD per questi motivi, ai quali occorre aggiungere anche una sempre presente malnutrizione sia della madre che del neonato. In base ai sintomi che sono presenti si possono distinguere 3 sottotipi di disturbo: inattentivo, iperattivo-impulsivo e combinato.

La sintomatologia provoca una difficoltà nella gestione degli impulsi e dell’autocontrollo . Con il procedere della malattia, che è purtroppo costellato da “insuccessi” e frustrazioni nelle relazioni sia sociali che scolastiche, si nota spesso un aggravamento del disturbo e la comparsa di problemi comportamentali secondari. Sulla base di queste premesse è facile capire come l’ADHD abbia effetti diretti sia sulla persona che ne è affetta, sia sulla famiglia di appartenenza poiché si ripercuote tanto nella gestione delle attività quotidiane familiari quanto nella vita scolastica che nelle relazioni sociali.
Per i bambini adottivi si pongono due diverse situazioni: o il disturbo di ADHD è già presente quando egli è ancora in stato di adottabilità oppure il disturbo si sviluppa quando l’adozione è già avvenuta. In quanto al primo caso, come per qualsiasi altra patologia invalidante, è noto che ci sono forti difficoltà a trovare coppie disposte all’adozione.
Più complessa, in un certo senso, è la situazione quando l’adozione è già avvenuta
, perché nelle problematiche connesse all’insorgere del disturbo sono coinvolti, oltre al bambino, anche i genitori adottivi. Considerando le difficoltà che costoro si trovano costretti ad affrontare , si può ben dire che l’ADHD diventa una prova molto severa della loro capacità genitoriale che spesso è già ampiamente messa alla prova.

L’importante è far capire ed accettare alla coppia che il problema del bambino non è legato alla loro capacità genitoriale ma alla presenza della patologia. La scuola svolge un ruolo di primaria importanza visto che è in genere è proprio la scuola il luogo dove le difficoltà del bambino vengono alla luce, e quando il disturbo è conclamato, i risultati scolastici sono decisamente al di sotto delle possibilità del soggetto, la capacità di organizzarsi è scarsa e i rapporti con i gli altri bambini sono conflittuali. A casa invece il bambino diventa oppositivo, incapace di apprendere le regole del vivere sociale e della cura di sé e può andare incontro a numerosi incidenti e spesso soffrire di insonnia ed enuresi.
Quindi cosa fare quando si sospetta la presenza di questa problematica? Sicuramente la cosa fondamentale è chiedere l’intervento del neuropsichiatra infantile per farsi fare una diagnosi certa. Viene inoltre suggerito di iniziare una terapia comportamentale fin dall’età prescolare laddove sia possibile; quando si tratta di un bambino in età scolare con la stessa diagnosi, molti sostengono la tesi dell’intervento comportamentale unitamente al trattamento farmacologico ( e qui io ho parecchie personali perplessità visto la facilità con cui in questi ultimi anni siano stati usati certi farmaci sui bambini); ma al di sopra di ogni intervento questi bambini, come tutti i bambini del mondo, hanno bisogno di sentirsi amati e accettati con tutti i loro limiti e le loro oggettive difficoltà.

Elisabetta Dal Piaz

 

 


Rispondi