Adozione internazionale e apprendimento

Ultima modifica 18 Gennaio 2017

Quanto incide l’aver lasciato la propria lingua madre primaria sostituendola con la lingua madre secondaria, dove per lingua madre secondaria si intende la lingua che si acquisisce nel nuovo paese, sul rendimento scolastico dei nostri figli?

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Molto più di quello che possiamo immaginare.

Ogni genitore adottivo sa che l’apprendimento delle nuova lingua nell’adottato è molto veloce.

I nostri figli dimenticano quasi completamente la propria lingua d’origine nel giro di poche settimane e la sostituiscono con la lingua adottiva.

Le ragioni di questo comportamento sono da ricercare nel bisogno di questi bambini di dimenticare la “lingua madre” al fine di integrarsi meglio sia nella famiglia adottiva che nella nuova cultura.

Il problema è che spesso i nostri ragazzi hanno solo quella che si definisce “facciata linguistica” e che questa sembra sufficientemente attrezzata, per cui viene spontaneo pensare che essi siano in grado di adoprare un’ampiezza lessicale come un bambino nato e cresciuto in Italia… ma quale italiano parlano i nostri figli? Tendenzialmente usano quello che viene definito l’interpersonal communicative skills, ossia il vocabolario di base e la padronanza delle espressioni quotidiane e le abilità linguistiche usate nella conversazione comune.

Invece per l’apprendimento scolastico è necessario un cognitive/academic linguistic abilities”, un linguaggio più astratto con una grammatica più raffinata e un vocabolario decisamente più ampio, che comprenda ad esempio sinonimi e contrari, cosa di cui molti adottati sembra siano carenti. -Dopo circa un anno dall’inserimento a scuola – dice la dott.ssa Roberta Lombardi, Psicologo Clinico e Psicoterapeuta, esperta di Adozione, – ho rilevato sovente la richiesta di intervento logopedico, proprio quando al bambino sono richieste competenze linguistiche più avanzate. Ma è soprattutto nelle classi superiori della scuola dell’obbligo che queste difficoltà emergono massicciamente a causa di una maggiore pressione all’utilizzo di un lessico specialistico, spesso lontano dalla lingua comune. –

Ed è sovente in questo momento che le difficoltà emergono massicciamente e molti adolescenti con storia adottiva trovano grandi difficoltà nello studio dato dalla fatica di intendere concetti astratti e per il gap nella comprensione del significato globale di un testo per la presenza sia di sinonimi e di termini che presentano più significati che per la presenza di una sintassi più complessa dove le forme verbali, ad esempio, sono ricche ed articolate.

Quegli stessi ragazzi sono invece capaci di gestirsi molto bene in situazioni di linguaggio comune.

È facile credere che queste difficoltà nell’uso scolastico della seconda lingua riguardi i ragazzi adottati più grandi, invece molti studi rivelano che il gruppo di adottivi più a rischio nell’apprendimento della nuova lingua sono, al contrario, i bambini adottati tra i quattro e gli otto anni questo perché l’obbligatoria rapida scolarizzazione non permette loro di avere il tempo necessario per apprendere la nuova lingua in maniera più adeguata.

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-Spesso i genitori adottivi, -continua la dott.ssa Lombardi – stupiti e soddisfatti per i rapidi progressi in abilità comunicative di base, non si rendono conto del bisogno di un supporto linguistico ulteriore. Quando il problema diventa evidente, questo richiede uno sforzo di recupero maggiore. E il tempo in cui ci si pone il problema, sovente coincide con le maggiori richieste di prestazione proprie della scuola media o ancor più superiore. In quegli anni, a volte lontani dall’evento adottivo, lo sforzo richiesto ai ragazzi, sia a scuola sia a casa (nei percorsi di recupero pomeridiano) facilmente trascura un’analisi del percorso affrontato (in termini di apprendimento, di sviluppo linguistico, di competenze cognitive e di gap relativi) e si centra invece sulle singole materie da apprendere e sul rendimento conseguente.-

Da questa analisi si arriva a capire che i problemi sul rendimento scolastico sono molto più complessi e andrebbero valutati nella loro interezza invece di pensare che “ il ragazzo è svogliato, non sta attento o non ha voglia di andare a scuola”come sovente avviene e programmare un intervento mirato a semplificare il percorso scolastico di questi ragazzi decisamente necessario.

Elisabetta Dal Piaz

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