Boom a Roma, di falsi allarmi bomba e di vita difficile

Ultima modifica 21 Agosto 2017

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Stamani l’ennesima telefonata anonima avvisava di un pacco bomba a Via del Tritone, angolo sottopassaggio con Via Nazionale. Tutto bloccato, ovviamente, per giuste motivazioni.

Era l’ennesimo falso allarme.

La scorsa settimana a Via Bissolati, a tardo pomeriggio, uno zaino abbandonato per terra ha fatto scattare gli esperti e dentro c’era un cuscino.
LA metro A bloccata a Lepanto per un altro allarme.
Un aereo Alitalia evacuato per allarme bomba.

Ve le ricordate le telefonate al liceo per dire che c’era una bomba, magari fatta dai ragazzi dell’ultimo anno per far saltare il compito in classe?

Lo spirito di tutte queste telefonate a volte mi sembra lo stesso.

Scherzare col fuoco

La frase di mia nonna, di mia madre, qui è letterale. Rischiamo di bruciarci un giorno o l’altro. Rischiamo che 100 falsi allarmi bomba siano presi sul serio e magari il 101 quello vero, sfugga, sulla scia dell’abitudine a tanti “Al lupo! Al lupo!”.

Si perchè un’amica, vigile urbano, mi raccontava via WhatsApp che sono continuamente in strada per verificare i falsi allarmi che arrivano alle forze dell’ordine, che sono stanchi, demotivati e un po’ spazientiti con i buontemponi, ma anche con chi sta nel panico, e magari chiama per una schiocchezza.

Gabrielli, prefetto di Roma, ha invitato più volte alla calma.

La prudenza non è mai troppa

Mi parlano di metro semivuota in questi giorni di paura, stessa cosa per i cinema, i teatri, i ristoranti e i luoghi di aggregazione. Il nostro quartiere, il Ghetto, è stretto da una doppia morsa di paura, interna dovuta agli avvenimenti in Patria ed esterni per l’IS*.

Ci dobbiamo abituare a una vita a intermittenza? Tutto funziona fino al prossimo allarme, quando tutto si blocca per la verifica eppoi riprende?

Forse si, forse è l’unico modo di vivere in questo momento, in questa città.

Un modo di vivere molto simile a Israele, al territorio siriano occupato dall’IS, dove si cerca di vivere la quotidianità con l’attenzione ormai inconscia focalizzata sulla prossima emergenza.

Mi raccontano che in quei Paesi, così abituati alla guerra e alla continua allerta, chi avvista per primo il pericolo avvisa tutti, cerca di proteggere tutti. Questo sentimento collettivo di difesa mi ha molto colpito, c’è solidarietà, c’è condivisione.

Lo confesso, sono scettica, sulla presa di questa mentalità a Roma, dove l0 scetticismo e un certo sardonico distacco, fanno girare in questi giorni in rete vari consigli dei romani all’IS, tra cui “Io l’ISIS ‘na pago” o secondo er motto locale “sticazzi.

Arianna Orazi

*Si chiamano IS, Islamic Nation, e non ISIS come continuano a chiamarlo i nostri media. Lo dice il loro ufficio stampa.

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