Classe prima: cosa si aspetta un insegnante della primaria?

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Cosa si aspetta un insegnante di scuola primaria da un bambino che esce dalla scuola dell’Infanzia?
Mi ha fatto riflettere un confronto avuto con una persona attenta al mondo piccino, alle sue esigenze e attività, e qualificata.
Parlavamo della scuola dell’Infanzia, del suo ruolo fondamentale per la crescita personale e sociale e su questo fondamentalmente eravamo concordi.
Il problema è, secondo me, la percezione del lavoro degli insegnanti della scuola dell’Infanzia che non risponde a realtà.
No, ma non parlo di educazione, di rispetto, di rapporto, parlo proprio di percezione esterna del lavoro e della professionalità.

Mi spiego meglio.
Tanti genitori, non tutti, hanno essenzialmente due/tre indicatori per definire buona una scuola dell’infanzia.
Dico non tutti perché ci sono scuole dell’infanzia in cui non si affrontano per scelta, pregrafismo e scrittura e il genitore che sceglie questo tipo di percorso non è ovviamente compreso. Credo però che ci possiamo allargare pur senza generalizzare.

Dicevamo, due/tre indicatori per definire buona una scuola dell’Infanzia.

– Il bambino sta bene a scuola, non piange (obiettivo comune al nido);
– Si abitua a mangiare tutto ciò che viene proposto (obiettivo comune al nido);
– Fa esercizi di pre-grafismo, ha imparato anche a scrivere e leggere;

Sono tre indicatori di tutto rispetto per un bambino in crescita ed è essenziale e normale che un genitore sia felice per un bambino che raggiunga tali traguardi. Così come è essenziale che un insegnante si spenda affinché sia possibile. Certo.

Ma sono soltanto A e Z di un alfabeto di azioni che gli insegnanti compiono e che non vengono sempre viste dal genitore, perché non danno risultati tangibili a stretto raggio.

In realtà c’è un modo “quasi scientifico” per sapere su cosa si lavora.
Per capire che tutto verte su prerequisiti diversi: le prime 30 pagine delle Indicazioni Nazionali.
Visto l’argomento scrittura, tanto caro ai genitori, puntiamo l’attenzione ai traguardi dell’ambito “I discorsi e le parole”: essi presentano passi e passaggi importanti, basi solide e imprescindibili su cui poter costruire un percorso in prospettiva.

Ne vogliamo vedere alcuni?

Sa esprimere e comunicare agli altri emozioni, sentimenti, argomentazioni attraverso il linguaggio verbale che utilizza in differenti situazioni comunicative.

– Sperimenta rime, filastrocche, drammatizzazioni; inventa nuove parole, cerca somiglianze e analogie tra i suoni e i significati.

– Ascolta e comprende narrazioni, racconta e inventa storie, chiede e offre spiegazioni, usa il linguaggio per progettare attività e per definirne regole.

Già fin qui un insegnante si emoziona.

Non trovate anche voi che lavorare su queste competenze sia meraviglioso?
Veder nascere o comunque crescere certe capacità deve essere una delle soddisfazioni più grandi. Questi tre traguardi sono presentati da verbi decisi e decisivi: sono traguardi da raggiungere, adeguatamente all’età, ovvio.

Per ultimo: Si avvicina alla lingua scritta, esplora e sperimenta prime forme di comunicazione attraverso la scrittura, incontrando anche le tecnologie digitali e i nuovi media.

Questo traguardo, è evidente, invece viene presentato con un verbo “discreto”, non deciso, proprio perché l’avvio alla scrittura non è un obbligo; tutt’al più un’esigenza e una curiosità del bambino.

Ecco: non leggo in nessuna delle parti che il bambino in uscita dalla scuola dell’infanzia debba saper scrivere o leggere.

Si parla di una giusta curiosità verso la scrittura, che si accompagna alla curiosità di decodificare la propria lingua. Ma questo non vuol dire imparare a scrivere e a leggere, ne tanto meno si può imparare a scrivere senza aver prima di tutto affinato il linguaggio che determina spesso errori e successi nell’apprendimento della letto-scrittura.

Sono le prime tre, fondamentalmente, le competenze che mettono il bambino in condizione di apprendere fin dal primo giorno.

Certo non sono bottoni e non si preme INVIO dopo averle stimolate: è, infatti, quello all’infanzia, un percorso di grande pazienza, di ricostruzione, di restauro quotidiano di piccoli crolli.

Esprimo – ricordo – ascolto – esprimo – ricordo – ascolto: capite quanto sia prezioso riuscire a farlo per un bambino che inizia la primaria?

Ecco cosa mi aspetto da insegnante di primaria e, quando ci hanno lavorato scuola e famiglia, si percepisce chiaramente attraverso il bambino.

Per questo motivo, per il grande lavoro che gli insegnanti fanno, la Scuola dell’Infanzia dovrebbe essere obbligatoria.

Ora, percepitelo pure come volete. Non parlo dell’esigenza di una scolarizzazione precoce, ma di una possibilità diffusa per tutti i bambini di potersi formare in modo più completo, dando a ciascuno la spinta verso l’espressione e il linguaggio, perché diventi efficace e comunicativo.
Comunque, per tornare al discorso delle competenze, la non obbligatorietà della scuola dell’Infanzia ci impone di pensare che tanti bambini non frequentano affatto o la frequentano per breve tempo.
Alcuni sono nelle liste di attesa.
Alcuni non vanno per scelta.
Ecco, mentre so bene il lavoro che fa la scuola dell’Infanzia in termini di comunicazione e socializzazione, non posso conoscere il particolare di ogni famiglia, quindi non posso dare per scontato nulla quando accolgo.

Alla primaria arrivano bambini diversi per principio.

Bambini abituati a trovarsi in mezzo agli altri, bambini abituati a rispettare un turno o una tempistica, bambini che invece no. Questo ci sta, sempre, e quindi non ci si può aspettare da tutti i bambini lo stesso tipo di percorso.
Ma c’è un punto su cui tutti i bambini dovrebbero convergere, perché rappresenta la sorgente dell’educazione: l’ascolto.
Ha ragione la mia collega, sempre capace di trovare il fulcro, il senso primo, ciò che conta in ogni situazione: parlando con diversi genitori di futuri primini, ha detto proprio che l’essenziale per poter affrontare a zaino pieno la primaria è saper ascoltare.

Certo si nota ovviamente la grande differenza di atteggiamento tra un bambino che ha frequentato la scuola dell’Infanzia, abituato ad esempio all’ascolto quotidiano di storie, a giocare ascoltando prima le regole. Ovvio che lo stimolo quotidiano dato da un insegnante e la vicinanza dei pari forma un atteggiamento, anche se niente è scontato (e con i bambini, chi non lo sa?).
Tutti i bambini che arrivano alla primaria, comunque, al di là della ricchezza dei contenuti,  dovrebbero essere stati guidati verso dei momenti di attenzione a ciò che dice l’adulto o un suo pari, che non vuol dire esecuzione di ciò che si dice o obbedienza stretta.
L’ascolto vuol dire disposizione a considerare l’altro, la prima forma di ridimensionamento dell’io, la prima forma di crescita. E ditemi voi se non è tanta tanta roba.

Non a caso farsi ascoltare è la cosa più difficile.

Dulcis in fundo, tanta tanta stima per le colleghe della Scuola dell’Infanzia, con la speranza che le loro grandi fatiche vengano sempre riconosciute.
Le mie bimbe tornavano ogni settimana con una canzoncina, una filastrocca, una storia da raccontare, imparate a scuola: a me sembrava ogni volta una specie di magia… grazie. 

Volevo fare l’archeologa… invece sono moglie, mamma, sorella e maestra e per me è più che sufficiente, anzi, ottimo. Sono una donna “orgogliosamente media”, ma decisamente realizzata, che non si annoia neanche un po’…

UN COMMENTO

  1. Bellissimo articolo, interessanti riflessioni, me lo salvo in vista dell’anno prossimo, visto che avrò di nuovo (e per l’ultima volta!) le prime. Grazie Ylenia

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