Osservo spesso i bambini nei giardinetti, nei ristoranti, in sala d’attesa o perfino al supermercato. Sono tranquilli, silenziosi, assorti. Non gridano, non corrono, non disturbano. Ma non è perché stiano esplorando o ascoltando il mondo attorno a loro. Spesso è perché hanno in mano un cellulare o un tablet. E mentre i loro occhi fissano lo schermo, mi chiedo: cosa stanno davvero vivendo?

Non è una critica, ma una riflessione profonda che mi porto dentro da tempo, come educatrice e come essere umano che ha a cuore il mondo dell’infanzia. Viviamo in un tempo accelerato, frenetico, a tratti stanco. E lo capisco: a volte lo schermo diventa una stampella, un aiuto per gestire un momento difficile. Ma ciò che mi inquieta non è l’uso occasionale, bensì la dipendenza silenziosa che si sta creando.

Cosa succede a un bambino che trascorre ore davanti a un video, fin dalla prima infanzia?

Cosa accade nel suo cervello, nel suo cuore, nella sua capacità di stare nel mondo?
I primi anni di vita sono fondamentali. Il cervello è plastico, affamato di esperienze concrete, multisensoriali, affettive. I bambini hanno bisogno di sporcarsi le mani con la terra, di salire su un muretto e poi cadere, di osservare il viso di chi li ama mentre racconta una storia. Hanno bisogno di relazione: con il genitore, con altri bambini, con il mondo vivo.

Quando invece il tempo davanti allo schermo prende il posto delle esperienze, il rischio è che i bambini si disabituino alla fatica della realtà. Che si abituino a un mondo che risponde subito, che non richiede attesa, che iperstimola ma non coinvolge davvero. E nel tempo — ci dicono anche molte ricerche — questo può tradursi in difficoltà attentive, nella fatica a gestire le emozioni, nella perdita della creatività, perfino in una povertà relazionale.

Non si tratta di demonizzare la tecnologia.

Non è nemica. Può essere uno strumento prezioso, se usata con consapevolezza. Ma per esserlo davvero, è necessario che non sia l’unica compagna di viaggio.

Un bambino ha diritto di annoiarsi, di sbagliare, di esplorare, di fare un disegno storto, di piangere perché ha perso, di vedere la luce negli occhi della mamma quando racconta una storia. Tutto questo costruisce il suo mondo interiore. Tutto questo lo rende forte, capace, presente.

Allora cosa possiamo fare, noi adulti per far crescere al meglio le nuove generazioni?

Possiamo scegliere, con tenerezza e fermezza, di regalare ai nostri figli meno display e più esperienza.
Più tempo seduti sull’erba. Più “facciamo finta che”. Più storie raccontate a voce bassa, sotto le coperte.
Più sguardi, più parole vere, più noia creativa. Più mondo.

Perché un bambino che cresce con le mani nella realtà sarà un giovane capace di stare nel mondo. Con lo sguardo vivo. Con il cuore acceso.

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