Dalla responsabilità per la Shoah…

Ultima modifica 27 Gennaio 2018

Il 20 novembre 1945, quando si aprì a Norimberga il Processo dei principali criminali di guerra, davanti al Tribunale militare internazionale, non c’era un giudice imparziale e precostituito.
Della Corte non facevano parte rappresentanti degli Stati sconfitti. Non c’erano nemmeno norme che punissero come reato i fatti di cui venivano incriminati ventiquattro tra i più importanti capi nazisti catturati, o ancora ritenuti in vita ma latitanti.
Altrettanto successe poco dopo nel processo ai dottori, in cui 23 persone, tra medici e amministratori, erano accusati di avere preso parte a crimini di guerra e crimini contro l’umanità per aver partecipato ad esperimenti scientifici nazisti su esseri umani non consenzienti.

giornata della memoria

Si scelse di processare gli “atti inumani” nazisti, ma non quelli identici compiuti dagli alleati sui prigionieri di guerra, come riconobbe anche il rappresentante della pubblica accusa in una famosa lettera al Presidente Truman,
Non si vollero trovare attenuanti nell’uguale comportamento dei vincitori, che avevano deciso, prima ancora che la guerra finisse, di processare i principali esponenti dell’Asse Roma-Berlino.
Tutti gli imputati condannati a morte furono impiccati, tranne Göring che si suicidò il giorno prima dell’esecuzione, e anche le SS vennero condannate come organizzazione criminale; seguirono altri processi, ma senza condanne capitali.

Si scelse di imputare solo ad alcuni la responsabilità per la shoah.

Fu vista come frutto del disegno consapevole e sistematico di pochi uomini. Si scelse di ignorare il consenso della grande massa dell’opinione pubblica giustificandolo come un’obbedienza estorta dalla dittatura.

Eppure si riuscì, con l’eco dei bombardamenti ancora nelle orecchie e il malcelato odio verso gli sconfitti, a creare il diritto penale internazionale intorno al nucleo fondamentale della tutela delle persone, ai crimini di guerra, contro l’umanità e contro la pace.

Nel 1950 la Commissione del diritto internazionale, sotto l’egida dell’ONU, scrisse i “Principi di Diritto Internazionale riconosciuti nel Capitolo del Tribunale di Norimberga e nei giudizi del tribunale”, anche se non si arrivò, per l’opposizione degli USA, a creare una Corte penale internazionale permanente.

In particolare, la grande conquista di Norimberga è stata la definizione di crimine contro l’umanità, che è un crimine ordinario di omicidio, commesso però ai danni di una moltitudine di persone, ebrei,  zingari, omosessuali, disabili, tutti cittadini tedeschi ma vittime dell’ideologia razzista.

shoah

Sarebbe bastato un tribunale tedesco, ad applicare il codice penale tedesco, ma l’Olocausto era un crimine che nessun uomo, in nessun angolo del mondo, avrebbe potuto tollerare:

 “erano crimini contro l’umanità, perché il semplice fatto che un essere umano potesse pensarli e commetterli diminuiva ogni membro della comunità umana”

Così scrive Geoffrey Robertson, Crimes against Humanity, Londra, 2002, e dopo quell’esperienza sono stati celebrati altri due processi innanzi a tribunali penali internazionali permanenti: quello per i crimini contro l’umanità e il genocidio commessi nell’ex Jugoslavia, e quello per il genocidio in Ruanda.

L’odio raziale non è morto sul patibolo, e purtroppo l’esperienza non è bastata ad evitare gli orrori di altri olocausti. Per questo, anche oggi, facciamo memoria dell’orrore di cui l’uomo può macchiarsi, quando non riconosce nell’altro, nel suo vicino che vede così diverso, l’Uomo, quello stesso che vive in lui.

Stefania Stefanelli

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