Fare la quinta al tempo del Coronavirus: ho trovato le parole.

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Un giorno di quarantena ho detto ad un’amica che avrei trovato io le parole per spiegare cosa hanno vissuto questi bambini. I nostri.
Quelli che si sono trovati a casa e che hanno aperto subito una finestra a tutto: Dad fatta male e Dad fatta bene, ad intermittenza.
Siamo stati fortunati a non aver perso nessuno.
Sono saliti tutti su questa scialuppa di salvataggio assurda che ci sta portando a riva, ma non so se ci voglio arrivare.

Insegnanti di quinta, sì, chiedo a voi: non vi sta prendendo, di sera soprattutto, quell’idea che non li rivedrete più seduti lì?

Non ve li ricordate ai loro posti… in piedi, ché seduti, pure in quinta, non ci sanno stare?
Io, con gli occhi della mente, li rivedo mentre tentano di far tenere in piedi una scopa, ridono e fanno il tifo per il compagno che ci prova. Li vedete sì?
5 anni ragazzi.
5 ore al giorno x 200 giorni x quasi 5 anni
Li vedo in piedi sulla sedia, in seconda, a scrivere orgogliosi alla LIM.
Li vedo mentre corricorriescivolaaa in corridoio, che li fulmini con uno sguardo.
Li vedo a portarmi il caffé “Ehhmm è caduto un po’ sulle scale ma…se lo vedi è poco poco prendounfazzolettopuliscoooo”(e non sanno che non te ne frega un bel niente se è caduto in terra, basta che stiano bene) ; li vedo anche mentre entrano in classe già belli e litigati dal prescuola. Si parla un attimo, non si capisce di chi è la colpa. “Vabbeh, però adesso basta, metti il ghiaccio e state zitti che è meglio. Tanto la colpa è di tutti e due.”

Vedo lei timida che si alza e riesce ad arrabbiarsi con chi non se ne sta zitto: lei che ha tirato fuori ad un tratto la grinta e ha lasciato tutti muti, perché aveva dalla sua il rispetto per tutti, sempre. Nessuno ha osato ribattere.

E poi quelli che a convincersi che ce la fanno ci hanno messo 5 anni… ma ancora devono finire l’opera.

Quelli in cui abbiamo creduto tanto tutti. Perché non è solo una bella frase di Bernhard Bueb  Nessun bambino è perduto se ha un insegnante che crede in lui.
E’ proprio vero. E’ proprio vero. E bisogna avere il coraggio di crederci.

quinta al tempo del Coronavirus

Ti viene d’istinto quel senso di protezione verso di loro, tipo guai a chi me li tocca, perché hanno sofferto tanto, troppo, questi mesi rubati. E come loro nessun altro. 
Si meritano dalla prossima scuola un’accoglienza di quelle fatte col cuore e con la mente, perché nel curriculum hanno due spalle così.

Una delle cose più belle è vedere spuntare tutti su quei quadretti, pure chi chiacchierava a oltranza, si alzava ogni 3 secondi perché “Maé vado un attimo fuori ché non riesco più a stare fermo”.

Ora è lì che ruzzola sulla sedia girevole… ma risponde a domanda in modo puntuale.

Perché c’è chi sta attento pure così.
Lo sai bene, anche se a scuola non si può lasciar correre troppo: sennò scatta giustamente “o tutti o nessuno”. E qualche volta è scattato.
Poi ci sono anche i saggi, quei bambini che sanno bilanciare sempre il gruppi,  quelli che lo fanno perché gli viene naturale e aiutano sempre. Quelli che, se non li chiami a parlare, capiscono al volo, perché conoscono i compagni più esuberanti e si tacciono senza rancore.
E ci sono bambini giganteschi che, non smetterò mai di ripeterlo, insegnano come si vive: un passo dopo l’altro, guardando sempre avanti e ogni tanto indietro, solo per prendere forza.
E sono lì come gli scogli: arrivano le onde a schiaffo e loro sono lì, fermi, che alzano la mano, che ti mandano un lavoro con “Ciao mae”… che già ti sciogli al Ciao, perché sai quanta forza gli ci è voluta per considerare “normale” pure questa forma deformata di scuola.

E i bambini che sono arrivati pian piano a far parte di un grande gruppo, con il cuore che è rimasto ancora nel vecchio. Hanno dovuto ricostruirlo, ma è rimasto grezzo: non hanno avuto il tempo di ripassarlo, lisciarlo, togliere tutti gli inciampi.
Eppure li vedi là in mezzo; eppure, ruzzolando e rialzandoci ogni due giorni,  siamo riusciti ad essere gruppo.

Lo sanno bene che non è scuola. Lo sanno loro meglio di noi.

E forse, a causa di questo maledetto virus, penseranno con ancor più nostalgia ai compagni che hanno lasciato, perché con i nuovi non gli è andata bene fino in fondo.
L’unica cosa che si aspettano è, forse, avere tra i messaggi, tra le videochiamate e le videolezioni, i nostri modi, le nostre parole, anche i nostri rimproveri.

E poi tornano, esattamente come a scuola, i tuttofare: “Maé ci penso io… ti condivido il mio schermo perché il video mi si scarica. Ho già detto a Stella di uscire e rientrare. Ho chiamato al telefono, ma non risponde. Maé Gianni non si connette perché ha problemi.” 
Dei tuttofare così voi non li avete mai avuti, lo so.
Ok. Siccome è la quarta volta che smetto di scrivere perché mi scappa da piangere come una fontana, ora smetto proprio.
E’ ora.

Volevo fare l’archeologa… invece sono moglie, mamma, sorella e maestra e per me è più che sufficiente, anzi, ottimo. Sono una donna “orgogliosamente media”, ma decisamente realizzata, che non si annoia neanche un po’…

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