Fecondazione eterologa: il racconto di una mamma

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Quando pensiamo alla fecondazione eterologa, spesso pensiamo ad una coppia di persone in là con gli anni, ad un capriccio che sta dietro a chissà quale egoismo. Siamo pronti a giudicare, sentenziare, senza neanche sapere chi e cosa c’è dietro a tutto questo, senza sapere che il processo è lungo e doloroso e molte volte non va neanche a buon fine.

Fecondazione Eterologa

Ecco perchè abbiamo scelto di pubblicare il racconto di una mamma, una mamma come tutte noi, che ha dovuto sopportare momenti veramente tragici.

Fecondazione eterologa: il racconto di una mamma

Capita che una notte dici al tuo compagno “ Perché non proviamo ad avere un figlio?”.

Sapevo che quelle parole avrebbero cambiato la nostra vita per sempre ma non certo nel modo in cui è stato per noi.
Mancavano pochi mesi al nostro matrimonio, avevo appena 26 anni, potevo aspettare, cercarmi un lavoro ma quando nella donna scatta quel desiderio non c’è nient’altro che regga.
Così dopo appena due mesi, un’ecografia mi dice che sono incinta già di 8 settimane ma con un bel distacco di placenta con cui fare i conti.

Cos’è una gravidanza naturale, non medicalizzata?

Io non lo so, perché già da quella prima volta ho dovuto fare i conti con “Andiamo avanti giorno per giorno, è una gravidanza ad alto rischio, non si sa se andrà avanti”.
Eppure, tra una corsa e l’altra al pronto soccorso, sono arrivata al quinto mese, al giorno del mio matrimonio con un pancino che si vedeva appena.
Ho belle foto di quel giorno, i nostri visi sorridenti.
Non immaginavo certo che dieci giorni dopo mi sarebbe crollato il mondo addosso. Una mattina sveglio mio marito in fretta, avevo un’emorragia molto più forte di quelle avute negli scorsi mesi, pensavo di morire dissanguata tante erano le perdite.
Corsa al pronto soccorso.
Mi mettono su una barella e da sola mi portano a fare l’ecografia, il battito del bambino è debole ma c’è, non resta che aspettare.
Nel mentre mio marito aspetta fuori, io vengo parcheggiata in preda sempre alle perdite fiume nel corridoio del pronto soccorso perché non c’è posto in reparto, sola.

Lui non sa che fine abbia fatto. A metà mattinata finalmente mi portano su, nelle sala parto. Sempre sola, nella mia barella, su un lato del corridoio ma continuo a chiedere se mio marito è stato avvisato.
Mi garantiscono di sì. Peccato che lui arrivi dopo un po’ spaventatissimo, perché non sapeva minimamente che fine avesse fatto sua moglie.
Finalmente mi portano in camera ma i medici ribadiscono che il battito del bimbo è debole e mi chiedono “che dobbiamo fare signora?”.
Rispondo:” Finché mio figlio vive io farò di tutto per farlo venire al mondo, che volete che vi dica?”.

Il bimbo si fa forza ancora qualche giorno ma poi ci lascia.

E il tuo mondo finisce in quelle parole “Il battito non c’è più signora”.
Ma è solo l’inizio del tuo inferno.
Mi aspettano 9 ore di travaglio con contrazioni fortissime, da affrontare da sola perché in ospedale una donna con un aborto spontaneo ormai è andata, finita, non ha diritto all’aiuto di un’ostetrica che l’aiuti a controllare i dolori. Non le resta che aggrapparsi al water del bagno e pregare che finisca tutto il prima possibile.
E finisce tutto in un attimo quando un medico di turno ha pietà di me e mi strappa via mio figlio e egoisticamente mi dico: finalmente e giro il viso per non vederlo perché non riuscirei a farlo andare via.

Ma l’inferno non finisce lì.

In ospedale ovviamente, non essendo un’urgenza per una semplice ecografia di controllo di cinque minuti,vengo lasciate ricoverata una settimana in mezzo a mamme e bimbi appena nati.
Quando esco da quell’ospedale sento solo il bisogno di andare a casa mia.
Entrare non è facile, tutto mi ricorda la gravidanza,i primi acquisti che metto in uno scatolone in fondo all’armadio, le ecografie, gli esami del sangue.
Ma cerco di riprendere subito la mia vita.
Inizio a fare analisi, visite specialistiche, genetiche.
Ritento, ma la gravidanza si interrompe nuovamente a 13 settimane.
Altro parto indotto, altri dolori, altro water a cui aggrapparmi per i dolori, altra barella nell’angolo di una stanza.

Penso che non posso reggere un altro aborto.

Eppure ritento.
Aborto a 8 settimane che risolvo con un semplice raschiamento, per fortuna.
Faccio un intervento all’utero, aborto precoce.
Un secondo intervento, aborto a 16 settimane. Già a 13 c’era il sospetto di una malformazione nel bambino che poi viene riscontrata dalla dottoressa che mi fa il raschiamento.
Stavolta se non altro ho il supporto dell’ostetrica che mi aiuta a gestire ogni contrazione e mi tiene la mano per tutto il tempo.

Come sta una donna dopo cinque aborti?

Pensa di buttarsi dalla finestra della sua camera di ospedale ma poi ci ripensa, perché forse la medicina può aiutarla a diventare madre.
Ripenso al discorso del suo ginecologo: forse c’è un problema genetico alla base ma che non possiamo diagnosticare, visto che dagli esami genetici non risulta niente, pensate all’eterologa, potrebbe essere una possibilità per voi.
E allora in quella stessa stanza sono già in viaggio verso la Spagna.

Perché non l’adozione?

Perché sono percorsi differenti, entrambi difficili, che vanno valutati in maniera personale.
Inizio a fare ricerche in internet, prendo i primi contatti con un centro di Valencia e su un aereo Ryanair imbarco tutte le mie speranze di diventare madre.
Scegliamo di intraprendere il percorso dell’embrioadozione: coppie che hanno già ricorso con successo all’inseminazione decidono di donare al centro gli embrioni rimasti perché altre coppie possano tentare di avere una gravidanza.
Nostro figlio non avrà né il dna mio né quello di mio marito.
Primo tentativo, gravidanza iniziata ma terminata subito.
Dopo appena un mese ci richiamano, ci dicono che hanno altri embrioni disponibili e io passo il natale a pensare che l’anno nuovo inizierà davvero con un’attesa.
Inizio la preparazione a gennaio e ai primi di febbraio la Ryanair mi riporta su un altro aereo della speranza.
Medici deliziosi in clinica, la biologa mi tiene la mano rassicurandomi sul fatto che ha scelto personalmente quell’embrione per me, che è forte.
In quel momento non penso che è formato dall’incontro di un ovulo e di uno spermatozoo di persone che nemmeno si conoscono, nel freddo di un laboratorio, prego solo dicendo tra me e me: fa che cresca, che diventi mio figlio, è il mio ultimo tentativo poi mi arrenderò.
In cinque minuti sono incinta, per la settima volta.

E aveva ragione la biologa, quell’embrione è davvero forte.

Si attacca a me con tutta la sua forza di vivere, regalandomi una gravidanza relativamente serena e diventa una splendida bimba dagli occhi verdi, diventa mia figlia, sono mamma.

Finalmente… sonomamma!

Il mio ginecologo, che mi fa il cesareo, mi dice: nessuno se lo è meritato più di te.
Ricordo la sua tenerezza e non lo ringrazierò mai abbastanza per l’umanità come medico e uomo dimostrata nei nostri confronti.
Dopo qualche ora ho già mia figlia tra le braccia e tutti dicono che assomiglia a mio padre, porta il suo nome non a caso.
Lui mi lascerà dopo solo 9 mesi dalla sua nascita, la felicità va vissuta nell’attimo in cui accade perché purtroppo passa in fretta.
Ma mi piace pensare che mia figlia non sia arrivata a caso.
Credo che mi abbia scelta come mamma per un motivo preciso, che dovesse essere lei e solo lei in quel preciso momento della mia vita.

Quando mi chiama mamma so che è mia figlia, nostra figlia, al cento per cento.

L’ho tenuta dentro di me per 9 mesi, partorita, allattata, consolata, abbracciata.
Quando vado a prenderla a scuola e a me che corre incontro urlando:mamma.
Mi spiace solo che sia stato un altro Paese a darmi questa possibilità.

Cos’è per me l’eterologa?

Non è un modo per diventare madri a sessant’anni ma è una cura per la sterilità.
Un dono di chi ha la fortuna di essere fertile, è stata la possibilità per noi e nostra figlia di incontrarci.

Fecondazione Eterologa

Una pratica contro natura?

E’ contro natura
partorire un figlio morto
da sole.

Sottoporsi a miriadi di controlli per sentirti poi dire dai medici che in realtà non sanno dare una causa ai tuoi aborti. Arrivare al sesto mese in cui vedi un cuore battere dentro di te e poi il gelo totale perché quel cuore si è fermato.

I figli dell’eterologa come crescono?

Crescono come tutti gli altri bambini, sereni se si ha una famiglia solida alle spalle.
A mia figlia già racconto con le favole come siamo arrivati a lei. Infondo è la sua storia e ha diritto di conoscerla.
Mi fa domande strane? No però è consapevole del tanto amore con cui è stata voluta e, anche quando crescerà e si farà domande più profonde, sono sicura che questa consapevolezza se la porterà dentro sempre.
Questo è il segno genetico che vorrei ereditasse da noi, il dna è suo e unico, lei è una persona unica.
Mi piacerebbe che in Italia si parlasse di più e diversamente di coppie come noi che intraprendono questo percorso. Di come non siamo alieni ma famiglie normali e giovani, con una vita come tutti gli altri. Semplicemente abbiamo deciso di ricorrere alla scienza per curare una nostra malattia.
Guarire è un diritto di tutti e uno Stato civile non dovrebbe precludere a nessuno delle cure efficaci.
Io ero una donna sterile poliabortiva, ora sono una mamma e mia figlia mi ha guarita.

La redazione del magazine. Nato nel maggio 2013, da marzo 2015, testata registrata al tribunale di Milano. Mamme di idee rigorosamente diverse commentano le notizie dell'Italia e del mondo, non solo mammesche.

9 COMMENTI

  1. La storia che hai pubblicato sul tuo blog mi ha profondamente colpito e commosso fino alle lacrime, Sto cercando nel web le testimonianze di donne forti che mi trasmettano il coraggio che io ancora non ho: decidere per un eterologa.

  2. Ciao Anna.. anche io sono una mamma grazie alla fecondazione eterologa..io sono sterile x un problema genetico che ho dalla nascita e non sapevo di avere finché con mio marito non abbiamo deciso di avere un figlio. La nostra lotta è durata 4 anni, difficili e pieni di sofferenza. A 30 anni mi hanno detto ” non potrà mai avere un figlio suo.” Beh noi abbiamo lottato ed ora abbraccio il mio cucciolo. Mi sono sempre posta tante domande ma sono sparite tutte nel momento in cui ho visto la sua prima foto…un embrione di 3 giorni. Lui è mio figlio, non è il sangue o il dna che fa la persona ma l amore che tu gli doni. E poi cerca gli articoli sulla epigenetica vedrai che ti aiuterà, il nostro corpo è magico. Un abbraccio forte.

  3. Timidamente mi affaccio a questo racconto, e prendo atto di tanto dolore e di tanta gioia insieme. Il mio non è un problema di sterilità o di qualche particolare patologia, purtroppo è un problema di età, dall’età di 39/40 ho desiderato e provato ad avere un figlio , provando anche l’omologa, ma ora non mi rimane che la speranza preziosa e difficile dell’eterologa. Non nascondo i miei dubbi, più che altro la paura che un domani mio figlio possa non riconoscermi come madre, o magari sia incuriosito nella ricerca di qualcosa che gli sfugge… sono spaventata dall’idea che, come spesso accade anche nelle adozioni, la creatura che tu ami più di ogni altra e per cui faresti qualsiasi cosa ( anche sottoporti a un’eterologa ), possa non capire il tuo atto d’amore e invece interpretarlo come atto di egoismo. Ho tante paure, forse alimentate dal fatto che mio marito stesso é molto titubante, sono io a volerlo e desiderarlo come l’acqua quando hai sete…e non mi tirerò indietro mai, però le paure rimangono, sono sicura che avrò la forza di fare tutto… un abbraccio a tutte voi.

    • Cara Anna, sono la mamma di questa storia. Tuo figlio non dubiterà mai sul fatto che tu sia sua madre, è stato donato non abbandonato ed è diverso. Sono passati quasi 8 anni, la mia bimba cresce e serenamente dice che lei è nata in Spagna:) Nessun trauma, nessun dubbio, per lei è naturale. RIngrazio ogni giorno di aver fatto quella scelta che ora mi riempie la vita.

      • Grazie per la tua testimonianza. Bello leggerti e bello sapere che tua figlia sta bene, che è felice e cresce serenamente. In fondo cosa ha di diverso dagli altri bimbi? <3

      • Grazie per questa bella testimonianza, io mi abbraccio a questa speranza dopo anni difficili, ne avevo proprio bisogno, so che i dubbi spariranno se potrò avere la gioia di abbracciare anche io la mia bimba o il mio bimbo, e sarò la mamma più felice del mondo, un abbraccio

  4. La tua storia è molto toccante e se trovassi la forza e soprattutto ne fossi capace, anche io, sine causa, avrei tanto da raccontare. Ma tutto sbiadisce perché di grande e immenso c’è che una stella, cinque anni fa, è venuta a brillare nella nostra vita e da allora ci accompagna e riscalda. È arrivato grazie all’omologa, la seconda di sei. Avevo perso ogni speranza per un secondo figlio e mi ero anche rassegnata, quando qualche mese fa mio marito mi ha proposto l’eterologa. Una sorpresa, lui che mi era stato sempre accanto ma senza spingere o chiedere. Dubbi sull’età (43 e 45), su come spiegare la scelta, sulla relazione tra fratelli, sull’accettazione da parte degli altri..su tantissimi aspetti. Non so cosa faremo, so solo che la sterilità ti priva, ti toglie ciò per cui esistiamo: la capacità di procreare e di crescere (con amore) i figli. E senti i suoi morsi anche quando in realtà sei stata già baciata da quella scintilla che si è aggrappata a te con determinazione e forza. Sarebbe bello….

  5. Bgiorno a tutte anche io sto facendo i vari esami x provare con l’eterologa,Nn nascondo che la mia paura più grande Elche il bimbonn mi somigli x niente,dato che io avro’bisogno di una donatrice!ho tanta voglia di diventare mamma ma questa paura e’fortissima nonostante il mio compagno continui a rassicurati dicendo che nn e’questo che conta,Ma io nn riesco a nn pensarci!

    • Il problema della somiglianza credo sia davvero relativo, volere un figlio non è desiderare un piccolo te ma avere la necessità di donare amore a un piccolo esserino che, crescendo, sarà sempre più tuo e con cui creerai un legame talmente profondo da dimenticarti perfino di aver avuto bisogno di una donatrice , almeno questo è ciò che penso io, stai tranquilla, la natura è più grande di noi da questo punto di vista, un abbraccio

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