Gestione della classe: la pazienza non c’entra

Ultima modifica 18 Febbraio 2021

“Ah, io non farei mai l’insegnante, non ho pazienza per niente!”
Quanti me lo dicono e me l’hanno detto.

Ma chi glielo dice che la pazienza non c’entra?

La pazienza si spende in casa, quando un figlio chiede venticinque volte la stessa cosa, quando per l’ennesima volta ti lascia la cucina un disastro (ché magari sono passati appena 20 minuti dall’ultima passata), quando alla decima “per favore metti a posto” la voce ti esce con un ruggito inaspettato.
Ma a scuola?
La pazienza è tanto cuore: se volessimo rappresentarla in un grafico a torta sarebbe un 70% cuore e 30% testa.
Diciamo che l’affetto o l’amore sono la molla della pazienza ed è per questo che poi, quando finisce, esplode, perché la pazienza non è controllo: è solo un sopportare finché si può.

Ma a scuola il nostro lavoro non prevede il “finché si può”.

Con i bambini serve controllo e autocontrollo sempre.
Se sfruttassi la pazienza, a dire una cosa per la terza volta, già l’avrei finita. Qualcuno la finisce alla prima, qualcuno alla seconda, ma non è questo il punto.
Ci vuole altro.
Ci vuole la consapevolezza che 25 menti insieme non possono andare all’unisono.
Ciascuno ha i suoi pensieri, più o meno rumorosi, ciascuno ha le sue capacità, ciascuno ha le sue sensazioni.
Velocità differenti, traguardi differenti, bisogni di sicurezza, approvazione o rassicurazione. Ciascun bambino ha una sua idea rispetto a dove deve e vuole arrivare.  Anche un bambino? Sì, anche un bambino.
Percezioni che non possono essere sovrapposte alle nostre.

E io, in questo intreccio posso pretendere che tutti comprendano nello stesso modo e allo stesso tempo? 
Ah, non posso?
No, non posso.

Chiarito questo, esemplifico con un episodio in DaD, dove il fenomeno è ancor più evidente.

Bimbi la data scriviamola ancora in stampato. In corsivo la scriveremo quando tutti saprete farlo con sicurezza. 
“Maé la data la scriviamo in stampato?”
Una persona qualunque sgranerebbe gli occhi con un mal’hoappenadetto.
Un insegnante però la vede diversamente: stava cercando la penna, la matita e non ha sentito; aveva il fratellino con un momento difficile nell’altra stanza, aveva un pensiero in testa che non l’ha lasciato al momento giusto, aveva voglia di parlare con me per essere rassicurato di persona… aveva quello che aveva.

Il mio obiettivo qual è? Che scriva la data in stampato.

E quindi non reagisco e ripeto.
Ci può anche stare che volesse solo parlare… almeno ha parlato a senso.
Ecco perché non c’entra la pazienza, ma c’entra il mio obiettivo, che non è sicuramente quello di fargli smettere di far qualcosa perché sono infastidita.
Il mio obiettivo è di guidarli tutti verso un traguardo e io, senza troppo trasporto emotivo, devo portarceli.
Se un bimbo non mi ascolta per troppo tempo e fa troppe domande, mi fermo e ci parlo un attimo invece di sgridarlo: magari aveva bisogno soltanto di un punto e a capo.
Ho capito, forse con l’esperienza, che non serve perdere la pazienza perché non serve proprio la pazienza: occorre un distacco che chiamerei professionale, perché ti permette l’analisi della situazione per capire come risolvere.

Ogni piccola mente lo merita, soprattutto oggi, perché le menti dei bambini sono messe a dura prova e se per imparare chiedono attenzione anche nei modi più strani e “provocatori”, dargliela è il modo migliore per non perdere tempo e dare tranquillità.
Ci sta poi che un bambino voglia vedere fino a che punto può arrivare e quanto può tirare l’elastico: e anche lì si impara, forse con più resistenza, a non cedere.

Non c’è un modo particolare.

A volte basta fermarsi un attimo, a volte può bastare dare due secondi di palcoscenico, a volte ci vuole un “ora basta” detto con tono normale, sclero-free.
Insomma, tutto ciò per dire che il nostro lavoro è questo e se ci mettiamo il trasporto emotivo ogni piccola volta, si soccombe e ci si lascia travolgere dagli eventi, rimanendo senza sorriso dopo due ore di lezione.
Però un consiglio lo voglio dare a chi inizia ora questo lavoro che ha del meraviglioso: studiatevi, negli anni, i vostri piccoli.
Osservateli mentre parlate, fate uno sforzo enorme, ma fatelo, diventerà normale e fortemente necessario: vedrete occhi assonnati causa fratellini piangenti di notte, vedrete pallori da colazione fatta in fretta due biscotti e via, vedrete occhietti pensierosi alla richiesta di precisione e occhietti spaventati dalle novità. Vedrete occhi sognatori che vi infastidiranno (perché sono la prova che ciò che state dicendo non è interessante) o vi dispiacerà risvegliare (perché da piccoli eravate così), ma dolcemente lo dovrete fare.

Ogni volta osservateli perché ciascuno di loro vi darà la dimensione di quanto vi è richiesto.

Imparerete ad anticipare, a dire o non dire in un modo piuttosto che in un altro, a tranquillizzare l’uno tranquillizzando il vicino di banco , per induzione, e a parlare a tutti per non offendere nessuno.
Imparerete a portare fuori dalla classe, ma senza nascondervi,  per sgridare severamente, perché la sgridata, a volte, vale di per sé senza l’applauso degli spettatori che farebbe più danni della grandine. E anche la sgridata non sarà una perdita di pazienza, ma una fredda analisi della realtà: a volte è sufficiente.

Si chiama gestione della classe ed è quella cosa che, per la maggior parte delle volte, vi permetterà di insegnare.

3 COMMENTS

  1. Ciao,condivido pienamente quanto da te affermato,per quanto posso e come posso cerco di mettere in pratica le modalità da te descritte,ma a volte non riesco proprio a gestire i momenti di confusione e di non ascolto che i b. generano.
    Alzo la voce,attiro l attenzione con gesti un po’ fuori dalle righe,ma subito dopo ne sono amaramente pentita…
    Allora la domanda che vorrei porti è questa:
    Umanamente è possibile riuscire a mantenere la calma sempre e comunque o qualche volta è lecito, per così dire,perdere le staffe?

Rispondi