Giù le mani dal corpo delle donne

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Ultima modifica 14 Ottobre 2015

La sessantenne repubblicana Cathrynn Brown ha proposto al Congresso del New Mexico, Stati Uniti del profondo sud, di approvare una legge che punisca con la reclusione fino a tre anni, il fatto di “abortire o il facilitare un aborto oppure il costringere qualcuno ad ottenere l’aborto di un feto che sia il risultato di una penetrazione sessuale criminale o di un incesto, con l’intento di distruggere le prova del crimine”.

Come dire che la vittima di uno stupro perde il diritto fondamentale di autodeterminarsi, considerando il danno che potrebbe patire per la nascita del figlio frutto della violenza, e diventa essa stessa, insieme al bambino, corpo del reato, oggetto da analizzare per costruire nel processo la prova del crimine.

C.S.I., Grey’s anathomy e molti altri legal sequel ci hanno insegnato che la prova del DNA, per verificare chi sia il padre di una persona, potrebbe condursi anche sul feto, dopo l’interruzione della gravidanza, e perfino attraverso un’amniocentesi.

Che, poi, la paternità non prova lo stupro, perché quello potrebbe essere il figlio di un rapporto con donna consenziente, ed è evidente che sono altre le tracce della violenza, da cercare sul corpo della donna nell’immediatezza del fatto, anche perché non in ogni stupro si instaura una gravidanza.

Norma inutile, completamente illogica, che la proponente difende spiegando che il suo intento era quello di punire severamente chi stupra e poi costringe la vittima all’aborto. Ma punisce, e addirittura con l’identica pena prevista per l’omicidio volontario, le lesioni aggravate e il sequestro di persona a scopo di riscatto, anche la vittima della violenza.

La sicurezza, l’accertamento e la repressione dei reati, anche al fine di prevenirli, per quanto importanti nelle società moderne non sono valori assoluti, non possono schiacciare l’essere umano, la sua libertà e dignità, imponendogli una o l’altra sorte, quando ad essere in gioco c’è la sua salute psico-fisica, la sua personalissima visione dell’esistenza.

E quel bambino, non voluto da nessuno ma messo al mondo per evitare lo spettro del carcere, una volta analizzato nel processo come si fa con una qualsiasi tracci biologica, che sorte avrà? Finirà nel repertorio corpi di reato, in compagnia di vecchie armi, stupefacenti e infinite tracce della più bassa umanità? Eh no, non è mica una cosa, lui. E la madre, allora?

Personalmente, non penserei mai di abortire, tranne proprio, forse, nel caso in cui fossi vittima di una violenza: forse vivrei come una violenza rinnovata di giorno in giorno il sentir crescere il figlio di quello stupro in me, forse non sarei in grado di accoglierlo con l’amore che ogni bambino merita, perché in fondo non ha nessuna colpa del modo in cui è venuto al mondo. Forse invece deciderei al contrario di accoglierlo,e credo che nessuno possa immaginare il tremendo travaglio di una donna che si trova di fronte a questa scelta tragica.

Credo, soprattutto, che mai qualcuno possa imporre la propria scelta ad un’altra persona, o condannarla per la decisione che in coscienza sua abbia preso.

Un altro Senatore repubblicano in Indiana, Richard Mourdock, aveva affermato in un dibattito, che se una donna subisce violenza e rimane incinta “lo ha voluto Dio”. E, aggiungo, che debba partorire il frutto della violenza, volente o nolente, l’ha deciso l’Uomo. Anzi, pardon, l’ha proposto una donna.

Stefania 

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