Il DisordiPapà

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Ultima modifica 18 Dicembre 2015

 

Lo confesso. Metto le mani avanti. Mi cospargo il capo di cenere (o di latte in polvere, per rimanere in tema di bimbi).
Per quello che sto per dire, potrei non essere un buon esempio per i lettori Parmapapà. Suggerirei, quindi, ai maschi deboli di stomaco e felicemente succubi della propria compagna di non proseguire nella lettura. O forse di farlo, per guardare in faccia ciò che NON DEVE essere fatto.

 

 

Sono un disordinato. Cronico. Un vero è proprio DisordiPapà.

Ho provato a guarire.

Ho sperato nella responsabilizzazione del “diventerò padre” (prima avevo sperato nel “diventerò marito”).

Invece la patologia è peggiorata.
Siete in grado di immaginare come può ridursi il salotto di una casa popolata da non uno ma due feroci esemplari maschi di razza umana oscillanti fra i due e i cinque anni di età?

Come dopo la festa di capodanno in piazza.

Difficile trovare ancora libera una seppur piccola parte di superficie casalinga. Un confondersi incoerente (ma molto pop) di giocattoli, libri, tessere di Sky, riviste, didò a seccare, pezzi di pane, scarpe e scarpine, berretti e berrettini, telecomandi disperati.
Un campo minato: senza calzini (come io spesso cammino in casa, allegramente imitato – per la gioia di mia moglie – dai miei pargoli emulanti), gli sventurati piedi che vi si trovassero precipitati rischierebbero grosso.

In questa situazione critica, un buon padre dovrebbe dare l’esempio.

Mia moglie lo da’. O meglio vorrebbe fortissimamente darlo assieme a me.

Io invece vado in una direzione pedagogicamente deleteria:

  1. non riprendo a sufficienza gli angioletti per i disastri che provocano;
  2. non li accompagno nel percorso di redenzione chiamato “rimetto in ordine”;
  3. contribuisco creativamente ad aggravare il caos primordiale in casa con i miei quotidiani, riviste, libri, scarpe, (perdonatemi) calzini puzzolenti sparsi in ogni angolo;
  4. non riordino né il disordine dei bimbi né quello da me stesso provocato: ci pensa la mia povera moglie (sì, lo so, mi odio per questo! Anzi no, sono così demoniaco che persisto nel disimpegno e forse … mi piace! Un esorcista, per cortesia!);
  5. come ciliegina sulla torta, non ho per mia moglie adeguate parole di riconoscenza per il suo impegno finalizzato a restituire dignità al nido familiare.

Un mostro. Un cattivo maestro. Un marito a rischio annullamento (del matrimonio).

Per questo, voi testimoni, vorrei qui riconoscere l’indispensabilità e la pedagogica pregnanza della mia amata consorte, psicologa del caos casalingo.

Cercherò, mia cara, di smettere. Cioè, di cominciare (a pulire).
Non sarai più sola a sobbarcarti tutto, ti darò il mio sostegno … morale.

Scusa tanto cara, ma ora torno a tuffarmi sul tappetone fra il calcio balilla, le macchinine e i pennarelli senza tappo.
Un bacio, sempre tuo.

 

Alberto Cardino

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