Stephanie Marko, la mamma che ha creato Stikets per aiutare le famiglie

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Qualche giorno fa, abbiamo avuto il piacere di fare due chiacchiere con Stephanie Marko, Ceo di Stikets, azienda dove il concetto di Family First vince su tutto!

Il vostro è un e-commerce che ha come prodotto core le etichette per contrassegnare il materiale scolastico. Immaginiamo che la pandemia, con la conseguente chiusura delle scuole di ogni ordine e grado, vi abbia messo a dura prova. Come avete affrontato questa grande sfida?
Il nostro core, in realtà, risiede nell’adoperarci per rendere la vita quotidiana delle famiglie un po’ più facile e piacevole. Mettiamo le famiglie al primo posto in tutto ciò che facciamo e, quando diciamo “famiglie”, intendiamo “tutte le famiglie”.  Quelle dei nostri clienti, del nostro team e dei nostri fornitori. La chiusura delle scuole è solo uno dei modi attraverso cui il COVID ha impattato sulle famiglie, quindi sì, questa pandemia ha messo sul nostro percorso diverse sfide da affrontare.

La nostra sede centrale si trova a Igualada, in Catalogna, una delle città più colpite della Spagna. Siamo stati colpiti duramente e velocemente. Abbiamo dovuto chiudere immediatamente la nostra fabbrica per garantire la sicurezza delle famiglie del nostro team e dei nostri fornitori.

Parlando della relazione con il suo team, una cosa nuova che ha imparato e una che ha deciso di lasciare andare durante la quarantena.
La lezione più importante che ho imparato da questa situazione è quanto sia fondamentale la gestione dell’emotività: per me, per il team e per le nostre famiglie.
Lavorare sull’EI in team è già abbastanza impegnativo quando siamo tutti insieme in un unico spazio, farlo attraverso il tempo e la distanza, è stato ancora più sfidante.

Come per molti altri durante questa pandemia, il mio concetto di “priorità” è cambiato radicalmente. Le definizioni di “necessario” e “bello da avere” sono diventate più precise e rilevanti. Prima del COVID c’erano molte cose che sembravano “importanti”, ma ora mi sono resa conto che erano solo rumore di fondo e occupavano indebitamente spazio nelle nostre agende. Ora, come madre, come persona e come capo del team Stikets, lavoro per assicurarmi che il focus sia su ciò che è veramente necessario.

Stikets è un’azienda che, con la sua rete di collaboratori collocati in vari angoli d’Europa e del mondo, ha già ampiamente sperimentato lo smart working.
Che consiglio si sentirebbe di dare ai dirigenti e ai manager che in Italia ancora oggi faticano a credere in questa modalità di lavoro a distanza?
Ancora prima che Stikets nascesse, avevo giurato a me stessa che avrei creato un’azienda dove avrei voluto lavorare sia come professionista che come madre. Per fare questo, sapevo che avrei avuto bisogno di sistemi che mi permettessero di lavorare dall’ufficio, da casa o dall’allenamento di calcio di mio figlio.

Quando abbiamo iniziato ad assumere risorse in altre parti d’Europa e del mondo, ho fatto molte ricerche confrontandomi per la prima volta con lavoratori in smart working e con manager già abituati a gestire squadre delocalizzate. Individuando cosa funzionasse e cosa no per loro, abbiamo costruito dei sistemi partendo proprio dalle loro esperienze. Detto questo, devo precisare che apportiamo costantemente dei cambiamenti perché si tratta di un processo in continua evoluzione.

Per quanto riguarda quei dirigenti che proprio non riescono a credere nello smart working, il mio primo consiglio è di fare un respiro profondo e di imparare a lasciar andare.
La maggior parte delle persone che hanno dei problemi con il concetto di telelavoro è perché hanno bisogno di “avere tutto sotto controllo” e temono di perdere il “governo” della situazione se non vedono le persone sedute su una sedia per 8 ore al giorno.
Ma se c’è una cosa che il COVID-19 ci ha insegnato, è che nessuno ha il controllo su niente.

Quindi, una volta che questo bisogno di controllo è stato abbandonato, i team decentralizzati richiedono creatività, pazienza, flessibilità, buona tecnologia, strumenti potenti e basati su cloud e hardware affidabili. E poi…lasciate che il vostro team funzioni, lasciatelo crescere, lasciate che vi aiuti a capire cosa funziona meglio per loro e per il resto della squadra. Fate un altro respiro e seguite il flusso.

Lei è una madre e una donna imprenditrice con il motto “Family First”. Esiste una ricetta vincente per la realizzazione della cosiddetta “Work-Life Balance” o si tratta, in realtà, di un processo in costante divenire?

Penso che il problema con l’idea del “Work-Life Balance” sia in primo luogo nel concetto e in secondo luogo nella terminologia. L’errore nel concetto di base è che alla società piace fingere che ogni persona abbia due “vite” distinte che esistono indipendentemente l’una dall’altra: la vita personale e la vita professionale. Ma, a meno che non siamo tutti dei gatti, abbiamo solo una vita da vivere ed è anche breve, quindi dobbiamo sfruttare al meglio tutti i suoi aspetti.

Fingere o anche solo cercare di separare una persona in due esseri è molto dannoso per la persona stessa, per i team e per la società. Un esempio perfetto è quando la scuola chiama e dice a un genitore che il suo bambino è malato o si è fatto male. Fino a quando il bambino non sarà accudito, il lato professionale del genitore non sarà in grado di funzionare, poiché la sua mente penserà solo al bambino.
Viceversa, ci sono momenti nella nostra vita in cui una sfida professionale è così grande o importante da richiedere più tempo e più presenza. Il primo passo sta dunque nel riconoscere che siamo una sola persona con una sola vita e durante questa vita ci sono momenti in cui il nostro lato “personale” deve avere la priorità e altri momenti in cui vogliamo, invece, che il nostro lato “professionale” abbia la priorità.

Qui in Catalogna non si usa la parola “equilibrio” ma “conciliazione”, che è ancora peggio in quanto la conciliazione implica che i due concetti “lavoro” e “vita” siano in conflitto tra loro e che debbano trovare un accordo per funzionare. Noi, come esseri umani, abbiamo già abbastanza conflitti nella nostra vita, se ci aggiungiamo anche l’idea che la nostra vita “personale” sia in conflitto con quella “professionale”, non faremo altro che portare ulteriore inutile stress sia a noi che alla società.

La “soluzione” (a qualcosa che, tra l’altro, non avrebbe mai dovuto essere visto come un problema in prima istanza) è nel vedere la “persona intera” e capire che tutti noi abbiamo molteplici ruoli: donna, madre, figlia, sorella, zia, nonna, professionista, atleta, studentessa, amica, allenatrice, surfista, attivista, panettiere, cuoca, artista, mentore, moglie, partner…essere umano…e, in diverse fasi, in diversi momenti della nostra vita, uno di questi ruoli dovrà avere la precedenza su un altro.
Se ci trattiamo l’un l’altro come “persone intere” non dobbiamo parlare di “equilibrio” o “conciliazione”, ma di priorità e chiedersi: dove devo mettere la mia completa attenzione in questo particolare momento in modo da essere la migliore donna, madre, figlia, sorella, zia, nonna, professionista, atleta, studentessa, amica, allenatrice, surfista, attivista, panettiere, cuoca, artista, mentore, moglie, partner?

E ora fantastichiamo un po’: se non avesse fondato Stikets, chi sarebbe oggi Stephanie?
Fino al COVID, in realtà non mi ero mai soffermata a pensare a questo.
Devo ammettere che ero un po’ invidiosa di tutti i miei amici e familiari che erano liberi di cucinare, andare ai webinar, partecipare a corsi universitari online gratuiti, fare Tai-Chi o Pilates, leggere libri, “uscire” con gli amici tramite happy-hours virtuali, meditare, scrivere, pulire gli armadi e organizzare la casa… Così ho fatto una lista di cose che avrei voluto fare durante l’isolamento se non avessi avuto responsabilità urgenti, e quando ho finito la lista mi sono resa conto che era la stessa lista di cose che ho intenzione di fare quando andrò in pensione. E così non mi sono più sentita invidiosa.

Se non avessi fondato Stikets, sospetto che avrei fatto qualcosa di molto simile a quello che sto facendo ora. Mi piace imparare, affrontare le grandi sfide e spingermi fino al limite delle mie capacità. Forse non sarei a capo di un’azienda, ma farei qualcosa di altrettanto impegnativo, interessante e complicato (e molto probabilmente implicherebbe cercare di cambiare aspetti della nostra società). Per quanto riguarda i corsi on-line e il Tai-Chi, li farò quando andrò in pensione. Fino ad allora ho ancora molto lavoro da fare.

Mamma di due bellissimi bambini, amante della vita. Adoro leggere e passo la maggior parte del mio tempo a girovagare in rete, alla ricerca di qualche cosa di interessante.

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