La mia isterectomia totale a 50 anni

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Nella mia testa “isterectomia” va associata a tumore.
Chi ha subito un’isterectomia era per sconfiggere un tumore.
Quindi immaginatevi la scena: io seduta sul lettino, come si vede nei film, con quell’orribile camice aperto dietro, in uno studio medico, in un paese straniero, con una dottoressa che lentamente mi spiega che è necessario effettuare un’isterectomia totale.
No, non è una procedura urgente ma non possiamo nemmeno aspettare 3 mesi.
Mentre cerco di capire cosa mi sta succedendo, la dottoressa mi spiega perché la procedura è necessaria.

In quel momento ho sentito un gran vuoto dentro.

Sono tornata a casa piangendo e ho spiegato a mio marito cosa stava succedendo.
Lui, con la sua lucidità, mi ha suggerito di chiedere consiglio a mio fratello, medico anche se in un altro campo, ma pur sempre un’opinione valida.
Perché diciamolo: chiunque abbia mai sentito come funziona la sanità negli USA, teme sempre che certi interventi potrebbero anche non essere necessari ma usati per spillare soldi. Dopo aver mandato tutti i referti a mio fratello lui mi ha chiamato per confermarmi che, vista anche l’età (ho 50 anni e quindi non è che intenda avere altri figli) è un intervento necessario.
isterectomia

Ho cercato su youtube in cosa consiste “laparoscopia”

Ci sono video che non lasciano nulla alla fantasia!
Ho cercato informazioni sui tempi di recupero, in cosa consiste il recupero.
Ho scoperto che non si può guidare.
Che non si possono sollevare pesi, che non si può fare sesso.
Che non si possono fare attività pesanti, che bisogna riposare… per un certo periodo.
Ma nessuno dice esattamente quel “certo periodo” in cosa consiste.
Chi dice 4, chi 3, chi 6 settimane…
Tutte le donne che hanno subito questo intervento però dicono che dopo, quando quel “certo periodo” è passato, la loro vita è migliorata.
Io penso al fatto di non dover più temere “quei giorni” e basta.
Ora so che quel “certo periodo” è una variabile assolutamente personale.
Ogni singola donna reagisce in modo diverso e recupera in modo diverso.

E così arriva il 12 Novembre

E’ S. Renato ma del mio onomastico nessuno si è ricordato. Anzi, no, mia sorella sì!
Io ero spaventata a morte: dal fatto di perdere il mio utero che ha cullato per 9 mesi i miei figli, ma soprattutto dal fatto che quando sei sotto anestesia tutto può succedere e non te ne rendi conto. Puoi anche morire e non te ne accorgi.
Sì, quello era il mio pensiero, ma per fortuna mio marito è stato accanto a me tutto il tempo cercando di smorzare la tensione.
Sono arrivata alle 6 del mattino, l’intervento fissato per le 8.
Due ore per prepararmi, per farmi compilare formulari, per mettermi la flebo.
Intanto la mia emoglobina era arrivata a 7.3
L’ospedale è più simile ad un hotel a 5 stelle che non ad un ospedale come quelli che ho visitato in Italia. Il personale, tutto il personale, di una gentilezza incredibile.
Alle 7:50 mi hanno portato verso la sala operatoria, già mezza tramortita da un tranquillante (una bomba!). Da quel momento ho ricordi vaghi.
Ricordo solo che il risveglio è stato traumatico.
Ma anche questa è una reazione individuale.

I primi 10 giorni sono stati brutti: dolori forti, debolezza.

Ogni movimento era uno sforzo. Stare in piedi era difficile.
Dovevo camminare, ma ogni volta che uscivo di casa per andare a fare quattro passi, mi ritrovato poi con la febbre. Mi nutrivo a ferro (con mio marito che mi preparava bistecca ai ferri e spinaci perché sono uscita con emoglobina a 6.8 e la promessa di recuperare per evitare la trasfusione) e antidolorifici. Dormivo. Ah quanto dormivo.
L’ultimo antidolorifico l’ho preso esattamente 10 giorni dopo l’intervento, il 22.
Dal 23 ho rivisto la luce in fondo al tunnel.
Ho cominciato a stare davvero meglio e mio marito, che potrei tagliarmi i capelli a zero e non se ne accorgerebbe, ha subito notato il cambiamento dal mio viso.
Non che sia ancora a posto, ho ancora dolori, ancora qualche piccola perdita di sangue, ma il tutto è sopportabile.
Se dovete subire questo intervento ho diversi consigli che posso darvi ma non voglio tediare oltre i lettori con dettagli.
Uno però mi sento di darlo: fate in modo di avere qualcuno con voi 24 ore per i primi dieci giorni. Qualcuno che vi prepari da mangiare, che vi accompagni a fare una passeggiata o che anche sia lì con voi per quattro chiacchiere e per tirarvi su il morale.
Senza mio marito non so come avrei fatto.
Nata ad Ivrea, con il mio compagno condividevo un sogno: vivere in America. Ed è grazie a lui e al suo lavoro (il mio l’ho perso a causa della crisi) che il nostro sogno si realizza.

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