La Barbie che allatta, è davvero necessario educare alla maternità?

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Ultima modifica 14 Ottobre 2019

Le Barbie sono da sempre sulla cresta dell’onda, sono le bambole preferite dai bambini di tutto il mondo, ma anche le più contestate per il loro rappresentare un ideale di bellezza irreale, una perfezione di forme e lineamenti che sono diventate un mito da seguire, anzi un ideale da raggiungere, da imitare.

Ci sono giovani che si sono trasformate, anche chirurgicamente, in barbie umane, imitandone i trucchi, l’abbigliamento e adattando il loro corpo pur di diventare perfettamente uguali al giocattolo preferito.

bambola-allatta

Nel tempo abbiamo assistito alla trasformazione della Barbie all’evoluzione femminile, si sono avvicinate, adattate alle nuove realtà, così sono nate le barbie modella, ingeniere, ora curvy, abbandonando le vecchie forme stereotipate e acquistando corpi più morbidi, più realistici, anche se sempre quasi perfetti, cercando, forse, di dar loro una certa somiglianza di verità.

Nuovi e tanti hairstyle, colori di capelli e di occhi, diverse corporature tali da far si che quasi ogni bimba veda, nella barbie, un suo doppio, una Bambola il più possibile uguale a sé, a quella che diventerà un giorno, o a quella più somigliante al suo idolo, al suo modello di persona.

Ora a questi tipologie, dopo la Barbie con le mestruazioni, si aggiunge la bambola che allatta al seno.

È nata da una barbie riciclata, ridipinta in modo diverso, senza ricerche di perfezione, anzi mostrandole, evidenziandole anche.

Una bambola che diventa espressione della maternità, dalla gravidanza all’allattamento, nella convinzione che educare i bambini sia il modo migliore per cancellare i pregiudizi ( parole della sua creatrice).

Per questo le sue barbie rappresentano la società come è oggi, o come si evolverà nel tempo, cosi esistono coppie di bambole omosessuali, con figli e no, uomini e donne diversi per pelle, colori fattezze.

Forse il suo intento è ammirevole, forse.

Vogliamo rappresentare la realtà in tutto e per tutto, con le sue bellezze, con il suo squallore, non tanto la verità quanto la rappresentazione della stessa, senza lasciare spazio all’immaginazione, alla fantasia.

Le bambole della mia infanzia, più che appresentare la verità erano bambole, con cui giocare, nulla di più, non erano, neppur lontanamente la rappresentazione della realtà, né uno stereotipo da imitare, erano uno strumento di gioco, di pezza o di cartone, coperte di stracci o di abiti disegnati sulla carta, e l’immaginazione le trasformava in principesse o regine, nelle fate delle favole, a volte in principi azzurri, in draghi, in streghe o maghi feroci che vedevamo solo noi, con la nostra fantasia.

Le trasformavamo, le vedevamo diverse con gli occhi della mente, ci immaginavamo… di tutto e di più, usavamo bambole e altri oggetti, non necessariamente giocattoli, per inventare personaggi o storie, per giocare, sulle ali della fantasia.

Forse questa ricerca di insegnare usando i giocattoli, almeno questo sembra l’intento della creatrici, sarà politicamente corretto, ma perché privare i bambini dell’immaginazione?

Perché tarpare la fantasia? Volere a tutti i costi rappresentare la realtà?

Per cosa poi. Si deve forse educare alla maternità?

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