La mia ‘problematica’ gravidanza in Giappone

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Aspettare un bambino è già qualcosa di straordinario. La futura mamma si trova, all’improvviso, a dover ripensare a tutte le sue abitudini precedenti. E’ decisamente impegnativo, penso che qualsiasi mamma ricorderà tutti quei momenti in cui ha desiderato qualcosa che non poteva consumare, o – magari – nel post parto, quando ha realizzato che i medicinali da banco che teneva in casa erano ormai scaduti, dopo essere stati ignorati per un anno.


Io sono mamma di un maschietto “duracell”, che compirà quattro anni in luglio. Abito in Giappone da qualche anno, e in questo paese ho creato la mia famiglia. Per questo motivo, al momento della scoperta della gravidanza, ho deciso che avrei partorito qui.
A dirla tutta, avrei potuto partorire in Italia perchè non avevo ancora completato le procedure per l’iscrizione all’AIRE, ma mi spaventava non avere il marito accanto al momento del parto, e non sapere esattamente quando saremmo potuti tornare in questo paese.  E così ho scelto di partorire nel mio paese di adozione.

Per prima cosa devo dire che soffro di tiroidite: ho una forma di ipotiroidismo che mi obbliga ad assumere una pastiglia di tiroxina ogni mattina. Certo, devo fare dei controlli ogni anno, ma la situazione ha raggiunto una certa stabilità, e io mi sono ormai abituata a convivere con la mia pastiglia quotidiana. In Italia non è un problema così fuori dal comune, e non avrei mai pensato che potesse diventarlo qui in Giappone (tra l’altro, la forma di ipotiroidismo di cui parlo si chiama “tiroidite di Hashimoto”, perchè è stata osservata per la prima volta da un medico giapponese alle fine del 1800…).

Come si procede, allora?

In Giappone esistono gli ospedali, come in tutto il resto del mondo. Però esistono anche le cliniche. E, a quanto sembra, nella zona in cui abito le cliniche sono prevalenti.  Per questo motivo, il primo passo da compiere è quello di fissare un appuntamento in una clinica per ottenere l’attestazione di gravidanza (in parole povere, una visita ginecologica, con ecografia interna che permetta di vedere il piccolo).

Il giorno stesso mi sono messa all’opera: telefono in una mano, e blocknotes con elenco dei numeri da chiamare nell’altra. Discorso non difficile, dopo due anni di vita in Giappone, ma ogni mia telefonata si bloccava sempre nello stesso punto: la questione della tiroidite!
Non riuscivo a capirne il motivo, ma le cliniche della zona non mi volevano accogliere…
In quel periodo avevo una ex infermiera fra gli studenti di italiano, e ne avevo approfittato per chiedere un consiglio: lei mi aveva spiegato qualcosa che, nel mio ottimismo non avevo proprio considerato.

Le cliniche giapponesi non hanno chirurghi o attrezzature che permettano di affrontare un qualsiasi tipo di urgenza. In parole povere, chi partorisce in clinica lo fa esclusivamente in modo naturale. Non hanno strutture e medici in grado di affrontare casi particolari, e non rischiano per evitare responsabilità, che potrebbero diventare molto pesanti.
ecografia-giappone
Quindi non mi volevano. Ovviamente piangevo e mi preoccupavo. Avevo sempre l’opzione del parto in Italia ma non riuscivo a capire come mai il Giappone, con la sua apparenza “all’avanguardia” non si sentisse in grado di prendere in carico una futura mamma con un problema di salute.

Nel secondo giorno di telefonate, finalmente, una clinica mi aveva fissato un appuntamento per la prima visita.
Ero al settimo cielo, finalmente la questione si sarebbe risolta, e avrei potuto passare la gravidanza senza particolari scossoni. Purtroppo sbagliavo…
Mentre aspettavo il mio turno, l’infermiera mi aveva detto che loro potevano visitarmi, ma sarebbe stato impossibile seguirmi durante la gravidanza. L’unica cosa che il medico poteva fare era preparare una lettera di presentazione per un ospedale (altra consuetudine giapponese, che non vale solo per le gravidanze: in questo paese difficilmente si va a fare una visita specialistica senza aver effettuato una prima sosta dal medico per richiedere la lettera di presentazione).

Lo confesso, a quel punto mi stava crollando il mondo addosso.

Dopo la visita, il medico ci aveva dato appuntamento per la settimana successiva: saremmo andati a ritirare la lettera di presentazione, e avremmo dato una nuova occhiata al piccoletto.

Ancora una volta si doveva ricominciare da capo… Si, ma da dove?
L’ospedale in cui avremmo portato la lettera non era per niente vicino. E, come avrebbero risposto?
Dopo giorni di rifiuti (nel mentre avevo chiamato anche alcuni ospedali dei dintorni, fra cui anche un noto ospedale universitario, che mi avevano risposto picche).

Possibile che il Giappone non fosse in grado di gestire la gravidanza di una persona con la tiroidite?

Si dice che la prima impressione è quella che vale.
L’ospedale si presentava grande e anonimo: sapevo che possedeva un ottimo reparto di terapia intensiva neonatale (che ovviamente mi auguravo di non conoscere di persona), ma tutto l’insieme era grande, con poche indicazioni, e assomigliava a un labirinto.
Vedere il ginecologo comportava una sorta di percorso a tappe, che passa da cose semplici come la misurazione della pressione, a cose un po’ piu’ complesse, come l’analisi delle urine (pensate a una donna incinta, la mia pancia aveva cominciato a svilupparsi molto presto, che si trova davanti una serie di bagni “alla turca” e un solo bagno “all’europea”… ). L’ultimo ostacolo, forse il più fastidioso, era qualcosa che mi avrebbe accompagnato fino alla ventesima settimana di gravidanza: la visita ginecologica, con ecografia interna.
La paziente viene fatta entrare in una saletta dove si trova l’immancabile poltrona/lettino, posizionata davanti a una tendina corta.
Come avevo già visto nella prima clinica, il medico effettua l’ecografia interna al riparo della tendina. La paziente non lo vede all’opera, e in certi casi non vede nemmeno il monitor dell’ecografo, e deve fidarsi di quanto dice il dottore.
Questa pratica non mi piaceva. Forse a causa della brutta impressione ricavata nella prima clinica, io desideravo poter vedere il medico in faccia.

Alla prima visita in ospedale, il ginecologo per prima cosa mi aveva domandato come preferivo effettuare la visita! Ecco, avevo pensato, finalmente cominciamo a ragionare!
Il dottore era un giovanotto sorridente, con una gran voglia di chiaccherare (almeno in apparenza). A sentire della mia tiroidite aveva risposto con un poco incoraggiante “ci arrangeremo in qualche modo”. Ma almeno avevo trovato il mio ospedale, il mio ginecologo.
E così ho passato i mesi della mia gravidanza, fra controlli da fare e vita quotidiana (che non mi decidevo ad abbandonare – ho lavorato fino all’ottavo mese). Non ero entusiasta dei controlli medici, carenti in varie cose, ma andavo avanti sperando di non essere rimproverata per gli aumenti di pesi, e di arrivare in fretta al momento di parto: il bambino è nato in estate, e io ormai non riuscivo quasi a arrivare a fine giornata.

Il momento è arrivato, quasi in punta dei piedi. Eravamo a casa, in un caldo sabato pomeriggio. Mio marito aveva fatto delle riparazioni in bagno e aspettavo con ansia il momento in cui poterlo usare. Appena mi siedo in bagno mi si rompono le acque! Ma non si trattava di una rottura “eclatante”, avevo cominciato a perdere il liquido piano piano.

Cosa fare restava un mistero: per prima cosa abbiamo telefonato in ospedale e siamo andati. Ovviamente, era sabato, quindi medici di turno e il rischio di non trovare nessuna delle persone con cui avevo avuto a che fare durante i mesi della gravidanza, e vabbe’.

In ospedale le infermiere erano molto in dubbio: assenza di dilatazione, poteva trattarsi di perdite di diversa natura, era meglio continuare ad aspettare. E così hanno deciso di rimandarci a casa. Noi, visto che eravamo fuori, decidiamo di dedicarci agli acquisti per la settimana, come sempre… Pero’ qualcosa non va come dovrebbe, e sono costretta a cercare un altro bagno al volo.

Niente da fare, anche se mancano i dolori veri e propri, ormai sembra proprio che ci siamo!
Chiamare l’ospedale? No, non si può, dobbiamo aspettare che arrivino i dolori, e non solo: i dolori devono avere una frequenza di 5-10 minuti. E allora si ritorna a casa, dopo aver comprato un pasto pronto (almeno un giorno all’anno concedetemi una pausa dai fornelli) e si comincia ad aspettare.
All’una di notte mi arrendo: troppo dolore, non riuscirei a dormire e non mi sento tranquilla.

E allora richiamiamo l’ospedale.
Dopo un momento di comicità involontaria, con un’infermiera che insiste per sapere via telefono tutti i dettagli relativi ai miei dolori (che io liquido con un ruggente “fa male!”), si parte per l’ospedale.

E da quel momento in poi, il mio parto assume un’andatura comune a quella di molte altre donne: sei ore di travaglio, nessuna dilatazione significativa, e un chirurgo che decide per un cesareo (del resto il bambino aveva bucato il sacco del liquido amniotico nel pomeriggio del giorno precedente).
Il benefico effetto dell’epidurale, la curiosita’ di vedere quello che stavano facendo, e il primo incontro con il mio piccolino: un bambolotto con dei grandi occhi scuri (“ecco, questi li ha presi da me”).

Quello che è accaduto durante i mesi di gravidanza, mi ha lasciato una sensazione di scarsa accuratezza e mi ha fatto scoprire l’ignoto pianeta del sistema sanitario giapponese.
Per usare le parole di una persona che conosco, “è un ottimo servizio sanitario, basta pagare”.
Non mi sento di consigliare la stessa esperienza a nessuno, e sono altresì convinta che, per un’italiana che ha passato la gravidanza in campagna esistano altre italiane che hanno sborsato un signigicativo quantitativo di denaro e hanno passato una gravidanza senza pensieri.

Alla fine, la cosa importante è che il mio bambino sia qui con me adesso: mi basta pensare questo e tutte le contrarietà dei mesi di gravidanza scompaiono come neve al sole.

Vivo in Giappone dove insegno agli adulti che vogliono imparare la mia lingua, mi sono sposata e, quattro anni fa, è arrivato il nostro piccolino. Dopo di lui sono arrivate pure delle soddisfazioni sul lavoro, e ho cominciato a lavorare per un'università della zona in cui vivo.

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