La vera ricchezza sta nella diversità. Soprattutto a scuola.

Ultima modifica 16 Luglio 2019

Dove sta la vera ricchezza?

Nell’omologazione oppure nella diversità?
Sembra scontato. Chi direbbe mai l’omologazione?

Eppure a scuola questo è un tema importante e fondamentale, perché è il grande  nodo dal quale si scioglie e si sceglie il cuore della didattica.

A scuola, già dal buongiorno possiamo dire ai nostri studenti come la pensiamo.
A dire la verità, già da dove ci mettiamo, in cattedra o sulla porta, di spalle o di faccia, al mattino, possiamo dire qualcosa ai nostri alunni.

In fondo è rispondendoti dentro alla domanda iniziale che decidi di essere un tipo di insegnante piuttosto che un altro.

È proprio l’incipit di un racconto che si svolge a seconda di come la vedi.
Ecco, io scelgo la seconda: la diversità, se ti impegni a conoscerla e a darle un senso dentro una classe, è il concime di una storia scolastica.
E se ti interessa conoscerla sei lì ad accogliere ed osservare. Ecco la vera ricchezza.

Li guardo ogni mattina perché voglio capire come e perché. Li guardo perché non voglio ripetere gli errori del passato. Perché voglio accorgermi di quanto sono diversi tra loro e di come si rapportano l’uno con l’altro.la vera ricchezzaVoglio scoprire le novità e le sicurezze su cui vogliono contare. Perché voglio saper raccontare come sono: mi servirà. Perché se per puro caso dovessi smettere, perderei come acqua nelle mani tutto ciò che possono fare o pensare di bello. Non posso sganciarmi da quello che sono.

No, non parlo di didattica personalizzata.
Buongiorno… che hai fatto con quel broncio? … Ecco di cosa parlo.

La vera ricchezza è l’interesse verso la persona, verso l’altro.
Questo deve essere un modello che parte dall’insegnante, così come il non gettare cartacce in terra parte dal genitore che insegna a cercare un cestino.

Dove voglio arrivare?

Forse, da lontano, al bullismo.
Forse, da molto lontano, all’accettazione del diverso.
Sapete, a me non piace nemmeno la parola tolleranza da far passare a scuola.
Oh, non mi piace. Sa di distacco. Sa di freddo.
Io ti tollero, sembra voler dire che ti tengo sul limite della sopportazione e lì resti.

E lo so che oggi la tolleranza sarebbe il male minore per come vanno le cose.
E che non lo so? Ma in classe non mi basta.

Io posso tollerare un’azione, una reazione, uno sbaglio. Ma non si tollera una persona.
La diversità non si tollera perché è come se ti ponessi in una posizione di superiorità.
La mia diversità non la puoi tollerare perché anche tu sei diverso.
La diversità per prima cosa ti deve interessare.
E scusate, ma se tutti riescono a sentire l’interesse degli altri e guardarsi in faccia, conoscere i loro problemi, le loro paure, io scommetto che l’indifferenza potrebbe ricevere un duro colpo.
È un lavoro duro e tanto sfugge sempre qualcosa. Sì, sfugge sempre qualcosa.
Ma pensiamo a cosa accade quando si coltiva l’indifferenza reciproca!

Ecco, è qui il punto.

Se per te, insegnante, è fondamentale un modello di studente che guardi solo quaderno e lavagna o Lim che sia, e non ” tolleri” che ci si guardi in faccia, allora scegli una didattica ininfluente nella costruzione di una società diversa e accogliente.

Visto che tutti più o meno vanno a scuola per almeno 10 anni, 5 ore al giorno, direi che come insegnanti potremmo invece fare qualcosa per salvare i nostri giovani, qualcuno almeno,  dall’ottusità che ci allontana.

La vita è dura soprattutto per i giovani, o troppo fragili o troppo aggressivi o fragili e aggressivi.
C’è bisogno di starsi vicini e di interessarsi a vicenda.
Proviamoci almeno a scuola.

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