Nido aziendale: l’imprenditore illuminato e lo Stato assente

Ultima modifica 24 Agosto 2020

Nella giungla quotidiana del conciliare figli e lavoro le mamme ce la mettono tutta per arrivare a sera. isterica
Ma, in un sistema-Stato che non rende alla famiglia la vita facile servono idee, aiuti e soluzioni pratiche che permettano alla madre di rientrare agevolmente al lavoro dopo la maternità, garantendo, nel contempo, al figlio cure e attenzioni.

Sebbene siamo nel 2013, in Italia molto spesso nella coppia la cura dei figli, soprattutto nei primi 4 anni, per ovvie ragioni pratiche soprattutto nel primo anno, è affidata quasi sempre alle madri, che si trovano costrette a scegliere un lavoro part-time o a rinunciare del tutto al proprio impiego fuori casa. Quindi le neo-mamme se sono fortunate possono affidare i propri cuccioli a nonni (salvagente della famiglia italiana) o ad altri familiari o amici, ma quando questi ausili mancano?

Se lo chiesero anche Olivetti e Falck, intorno agli anni ’50, che per primi realizzarono il nido in azienda per consentire alle mamme di allattare il bambino durante la giornata di lavoro. L’utenza di riferimento era per lo più costituita dagli strati sociali più poveri della popolazione.1._Ivrea-asilo-nido-per-i-i-figli-dei-dipendenti-Olivetti-1968-2

Tra gli anni ’70 e il 2000 
i nidi aziendali esistenti vennero per lo più rilevati dai rispettivi comuni complice la programmazione statale di realizzare entro cinque anni 3800 asili nido pubblici. Erano gli anni ’70 e per finanziare questa spesa le buste paga degli italiani vennero aggravate dello 0.10 %. Da allora si è continuato a versare il contributo per 25 anni senza che però i nidi promessi venissero realizzati.
Così per favorire l’occupazione femminile, dal 1995 in poi sono le aziende e i privati a creare nidi.

E arriviamo così al ventunesimo secolo. Nel 2001 viene presentato un ddl che riconosce nelle strutture degli asili nido un importante contributo al sostegno delle famiglie, delle madri lavoratrici e della genitorialità attiva. 
e prevede lo stanziamento annuale di una quota di finanziamenti da ripartire alle regioni e dunque ai comuni in seguito alla presentazione di progetti.
La volontà che stava alla base di questo Disegno di Legge, era di creare delle condizioni positive per la collaborazione fra pubblico e privato nella realizzazione di servizi per l’infanzia. Perciò vengono destinati 50 milioni di euro per l’anno 2002, 100 milioni di euro per l’anno 2003, 150 milioni di euro per l’anno 2004. É qui si blocca tutto perché i soldi destinati nel 2004 non sono mai stati erogati, perché alcune regioni hanno fatto ricorso sostenendo che gli organi centrali non potevano decidere al posto delle Regioni, problema di ripartizione di competenze Stato-Regione.

Oggi. Ad oggi non è dato sapere quanti siano in Italia, il Ministero da anni starebbe realizzando una statistica. Sappiamo però che sono tante grandi realtà aziendali che hanno provveduto autonomamente, con micro-nidi interni tra cui Intesa San Paolo, che dal 2005 ad oggi ha inaugurato l’apertura di quattro asili nelle sedi di Milano, Firenze, Torino e Napoli. La Microsoft a Milano, oltre al micro-nido offre un servizio di scuola materna. Telecom Italia conta nove strutture per l’infanzia distribuiti tra Roma, Torino, Milano, Napoli, Palermo, Ancona e Catanzaro. Anche Mediolanum, Nestlé, Wind e Ferrero hanno mosso i primi passi in questa direzione. Alcuni esempi del settore pubblico sono invece Inail e Inps e poi ci sono molti ospedali come ad esempio il Carlo Poma di Mantova. Questo oltre ad avere un incredibile impatto positivo sull’immagine dell’azienda, favorisce un rientro più rapido e sereno delle lavoratrici dal congedo di maternità, riduce il tempo dedicato alla ricerca e all’accompagnamento dei figli all’asilo nido, contribuendo così ad un miglioramento della qualità della vita dei genitori lavoratori ma soprattutto li rende più produttivi e dedicati allo sviluppo dell’azienda.
Ma perché lo Stato italiano non ci arriva?

Elisa Costanzo

 

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