La fiera più grande

Ultima modifica 20 Dicembre 2015

Piccole fiere di paese o di quartiere erano disseminate lungo tutto l’arco dell’anno con banchetti del tutto particolari, diversi dai banchi dei mercati settimanali, con merci strane, fantasiose e i venditori, veri e propri imbonitori, reclamizzavano con voci stentoree le loro merci in vista o nascoste in grandi pacchi dei quali non si conosceva il contenuto e che venivano ceduti al miglior offerente in un susseguirsi di offerte e richieste varie inframezzate da battute, barzellette e spiritosaggini varie. E poi dolci preparati sul posto, caramelle e zucchero filato, torroni, canditi e marron glacè caldi, caldi. Ed ancora porchette, salami, formaggi di ogni genere e foggia, in una cacofonia di luci, colori, sapori, risate e allegria.

A punteggiare il tutto le performances degli artisti di strada.

Tutto era in bella mostra nei variopinti banchetti: giocattoli, arredi, mobili, vasellame, stoffe, abiti e chi più ne ha più ne metta. E ogni banco era unico, speciale, le ‘cose’ in vendita erano vecchie, di seconda, terza, ennesima mano, scovate dagli stessi ambulanti sgombrando cantine, vagando per antichi casolari di campagna, negli scarti dei traslochi, dai robivecchi, dai venditori di stracci. Venivano portati alla luce anche oggetti di pregio come vasi bellissimi, quadri anche d’ autore, abiti fine secolo o anni ’30, vasellame scompagnato, ma affascinante, attrezzi usati da antichi mestieri. Giusto una spolverata,a volte neanche quella, e via sui banchetti con quel grido a vantarli: oh bej, oh bej!!!

E gli eterni profumi dei dolci che si cuocevano, delle porchette che si arrostivano, delle ‘cassoeule’ che borbottavano nei pentoloni  posati su improvvisati fuochi di legna e, su tutti, il profumo inebriante del vin brulè.

Attendevo con ansia quel 7 di dicembre, era sempre una giornata meravigliosa !

Molti anni dopo ci sono ritornata in compagnia di mio marito e di mia figlia. Dove era finita la fiera dei miei ricordi? Banchi anonimi, tutti uguali, come le merci, pessima imitazione di antichità, vi assicuro erano inguardabili. Anche i venditori di dolci e porchette erano simili, stereotipati nei loro camioncini superattrezzati, niente proprio niente era degno di nota. Ma poco più avanti, oltre la fiera ufficiale stazionavano banchetti eterogenei, coloratissimi, gli oggetti delle etnie più diverse si mescolavano con piccoli manufatti artigianali ed i venditori, fossero indigeni od extracomunitari, erano tutti folcloristici e accattivanti in un vorticare di luci, colori, suoni, balli,  canti, odori e sapori intensi e piacevoli. In grandi padelle friggevano frittelle e tire, su barbecue improvvisati arrostivano spiedini sconosciuti, negli wok cuocevano cibi cinesi e, fra i tam tam dei tamburi africani e i suoni delle musiche andine un profumo su tutti: il vin brulè.

Avevo ritrovato le magiche atmosfere della mia infanzia!!!

Un anticipo dell’atmosfera che di li a poco avrebbe permeato tutto e tutti: il Natale.

Nonna Lì

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