Racconto di un “field trip” imposto dalla legge

Ultima modifica 10 Ottobre 2019

Quello che vi sto per raccontare è un “field trip” un po’ particolare fatto quando mia figlia era in 5^ elementare. Poi vi lascerò le mie considerazioni e voi farete le vostre.

100_1995Mia figlia porta a casa un foglio per l’autorizzazione a partecipare ad un field trip, sono le uscite didattiche. Sul foglio c’era anche, come sempre, la possibilità per il genitore di partecipare come accompagnatore. Non mi sono fatta scappare l’occasione. Si trattava di un field trip al Kenosha Safety Center. Si tratta di un centro, gestito dalla Polizia, in cui si promuove la sicurezza del cittadino, dal più piccolino al più vecchio, presentando sistemi di guida sicura, cosa bisogna o non bisogna fare in determinate situazioni. Non sapevo veramente cosa fosse prima di arrivarci.

Era una tiepida giornata di sole di metà Ottobre. Arriviamo in questo posto, parcheggiamo, entriamo. Intorno vedo cartelli stradali, sul pavimento sono disegnate le strisce stradali come se fosse una strada vera e propria. Più o meno mi faccio un’idea di quello che verrà raccontato ai bambini. Entra una signora e divide i bambini in due gruppi: uno va in un’altra stanza e il nostro resta in questa. Dopo si scambieranno. I bambini vengono invitati a sedersi per terra davanti ad una televisione. Noi adulti stiamo seduti sulle sedie contro il muro. La signora fa partire il video e si allontana.

Man mano che partono le immagini dentro di me si materializza il panico. Lo stomaco si chiude. Ecco cosa vedo: un piccolo gruppo di bambini con un’insegnante. Anche loro intenti a guardare un video. Nel video si narra la storia di una bambina che viene abusata dal padre… Sì. Avete letto bene.

La bambina protagonista della storia cerca sollievo in un’amica che le consiglia di parlarne con la mamma. Ma la mamma è troppo impegnata col lavoro. Allora ne parla con la mamma della sua amica che le suggerisce di imporsi con la madre. Quindi la bambina va dalla madre e quando questa risponde “Ora non ho tempo” lei si piazza davanti e dice “E invece ora devi ascoltarmi” e le racconta cosa sta succedendo. Panico.

La mamma abbraccia la bambina e insieme risolvono la questione.

Quindi l’immagine passa sul gruppo di bambini che stavano guardando il filmato e si vede quell’insegnante fare domande tipo “voi cosa fareste se un vostro amichetto vi raccontasse una cosa del genere?” oppure “cosa fareste se una cosa del genere succedesse a voi?” “sapete che la vostra intimità nessuno la deve invadere?“… e via così. Se siete madri potete immaginare cosa frullava nella mia testa.

Finalmente il video finisce.

La signora che abbiamo visto all’inizio riappare in sala. E, proprio come nel video, si siede di fronte ai bambini e fa più o meno le stesse domande della signora nel video.

I due gruppi si scambiano e in cuor mio spero che si cambi argomento.

Decisamente si cambia argomento e si passa a giochi più divertenti. Ne approfitto per prendere a parte il maestro e chiedere delucidazioni.

Come mai non si parlava di questo nel foglio di autorizzazione?
Come mai un video del genere?

100_1977E così scopro che esiste una legge che impone la visione di questo video nel paese (non mi è chiaro se solo in Wisconsin o in tutti gli USA). E che non devono dire di cosa si tratta perché se un genitori abusa di un figlio, ovviamente, non lo manderebbe mai a vedere questo video. Invece è importante che, soprattutto QUEL bambino, sia presente.

Un paio di considerazioni personali.

Credo, ho la sensazione, che durante la visione di questo video, qualcuno tenesse d’occhio la reazione dei bambini.

A parte il panico iniziale, ovvio e naturale per una madre con l’istinto di proteggere i propri cuccioli dall’uomo nero, a freddo ho poi capito l’utilità di questo video. L’importanza che ha. Perché se anche ne salvi uno solo, è già un bambino in meno che soffre, è già un uomo nero in meno in circolazione.

 

Renata Serracchioli

 

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