Sui bambini stranieri in classe

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Ultima modifica 16 Luglio 2019

Da quasi cinque anni insegno inglese in una quinta che ho preso in prima: da cucciole e cucciolotti li ho visti trasformarsi in signorine e ragazzotti con tanto piacere e tenerezza, ma la stessa classe ha subito un sacco di cambiamenti: alcuni bimbi sono andati via, ma molti ne sono arrivati, specialmente di origine cinese realtà che, qua da noi, sta cominciando ad affermarsi.

La legge dice semplicemente che l’inserimento dei bambini stranieri  in una classe viene fatto sulla base dell’età anagrafica di appartenenza, eventualmente una classe indietro a quella in cui dovrebbero frequentare. Il bambino, dice la legge, deve sentirsi “accolto” e deve trovare in classe cartelloni con scritte bilingue dedicate a lui. La scuola deve inoltre pensare ad una collaborazione con i centri territoriali e linguistici per la migliore integrazione dei bambini stranieri.

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Ma in realtà, nelle scuole, avviene proprio così?

Vi racconto un fatto avvenuto proprio in questa classe che porterò sempre nel cuore. Quy Jan è un bambino cinese arrivato da noi circa l’anno scorso, già di un anno più grande, dopo aver girato almeno tre scuole. I genitori non li ho mai visti e non sappiamo neanche se ci sono visto che il bambino sembra comprendere qualcosa ma non sa rispondere.

Pensate a cosa sia imparare l’inglese su base italiana per un bambino cinese di dieci anni … senza avere il supporto dei genitori, fratelli, compagni o baby sitter che sorvegliano e correggono il nostro lavoro.

Fatto? Un lavoro immane ma soprattutto molto umiliante per un bambino. Il non capire la lingua, il rendersi conto che tanto non si potrà mai essere come gli altri (almeno per il momento ma vallo a sapere a dieci anni!) è un evento molto traumatico.

Nel momento in cui ho iniziato a controllare i compiti Quy Jan è scoppiato a piangere perché sapeva che la traduzione assegnata a casa, dall’inglese all’italiano gli sarebbe stato impossibile farla. E’ già doloroso l’evento in sé ma soprattutto se avviene con un bambino dove la tradizione impone di controllare le emozioni fin da piccoli. Significa che è arrivato davvero alla frutta ed ha fatto un bel carico di tensione e nervosismo.

E a niente è servito dire che “non fa niente se non è riuscito a fare i compiti”, ormai il fiume emotivo era uscito fuori.
E allora, mi chiedo, inserire i bambini in classi (ahimè che brutta parola) “differenziali” o dove potrebbero imparare con calma e progressione la lingua italiana è davvero un’idea così sbagliata o razzista?

Poter imparare una lingua nuova (ed i bambini la imparano subito), senza aver l’oppressione del confronto con gli altri che saranno comunque impossibili da raggiungere perché madrelingua non è meglio per un bambino e per la sua emotività? E’ davvero una scelta razzista voler inserire i bambini stranieri che ancora non parlano italiano in classi speciali volte all’apprendimento della lingua, per essere inseriti, in un secondo momento, nelle classi comuni? O forse, per una migliore integrazione, è meglio che essi siano inseriti già con i loro compagni e si confrontino da subito con le difficoltà della lingua?

Bisognerebbe provare, comunque a me quelle lacrime hanno fatto male, molto male. 

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