Tre meno uno, uguale zero

Ultima modifica 18 Giugno 2018

 

«Tre meno uno uguale zero. Ricostruire le proprie vite a partire da zero. Uno zero tondo, ma vuoto, come le pance, prima tonde e piene di promesse, e poi vuote, svuotate, per sempre. Zero rispetto alla vita di prima.  Zero rispetto al futuro, che pare improvvisamente lontanissimo. Zero rispetto al presente, troppo spaventoso perché troppo vuoto.

Come si fa a tornare due? Come si fa a ripartire da quel “tre meno uno” divenuto zero, e tornare prima due poi quattro? Come si fa a far quadrare i conti, quando per molte persone non c’è stata nessuna sottrazione e siamo sempre stati solo due, perché un figlio atteso sembra avere un valore affettivo minimo o trascurabile? Come si fa a affrontare tutto questo, e tutte le sue complicazioni senza disgregarsi in mille frammenti, passando da zero a -3? (Claudia Ravaldi, ciao Lapo onlus )»

Ci sono momenti di questa mia vita, in cui tutto mi appare chiaro, semplice, lineare. Mi è chiara la ragione di tutto quello che è accaduto. Rivedo, come fotogrammi, istanti, passare davanti ai miei occhi, luci che si accendono e si spengono, sensazioni, movimenti, odori. Gesti. Respiri.

“Return to zero”  è un film di Sean e Kiley Hanish, che racconta di questi fotogrammi, quelli che ho vissuto io con mio marito, quegli istanti vissuti da tante altre coppie come noi.

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È un film proiettato in prima europea, ieri sera, al RIFF (Rome Independent Film Festival), progetto nato con l’intento di rompere il silenzio che si crea a causa di un lutto perinatale.

C’è un momento che accomuna tutti noi, che cominciamo a vivere proiettati al futuro e, poi, con la morte dentro ri-impariamo a respirare, è il cuore di questo film, scritto e voluto da due genitori come noi, il cui figlio muore e nasce a fine gravidanza. È il momento in cui il nostro cuore si risveglia, prendendo coscienza che i nostri figli continueranno a rimanere in contatto con noi, sempre, anche dopo.
C’è un legame con loro che ci rende gente speciale, un filo invisibile che non si rompe, che si dipana durante il tempo della nostra vita e ci tiene stretti a loro. È ciò che ci fa sentire diversi. Noi, loro.
È tutto qui. Imparare a tenere in vita ciò che è stato. Non nasconderlo.

«I discovered tonight that in Italy there is no word for “stillbirth”. None. There is simply no name for it. How much more difficult is it then for people here to break the silence on a topic when the word can’t even be found in the dictionary».( cit. Sean Hanish)

Fotogrammi, istanti. Quando senti arrivare quel dolore da lontano, quel dolore che porta via il tuo bambino.
E, poi, buio. E, poi, luce di nuovo, per avere la forza di combattere ancora, per dare un senso a quello che è accaduto.

Tante volte l’ho scritto e l’ho gridato. Se non avessi sentito i miei figli passare per la mia pancia, non avrei avuto la forza di combattere ancora. Mi sarei consegnata al destino.
La sofferenza, la necessità di tenere accesa una luce di speranza, quel dialogo continuo, sotteso, fermo, ti accompagna tutti i giorni, nella quotidianità. Quello che gli altri criticano, quando ti dicono che sei “fissata”, che “non è così che arriverà”. Quelle parole sussurrate mentre ti accarezzavi la pancia, quei sogni a occhi aperti, quel bisogno di futuro, mentre raccontavi il tuo passato, chi eri, da dove venivi, perché eri lì in quegli istanti, per quale ragione avevi chiamato qui su questa terra tuo figlio.
Quei fotogrammi lì, quelle luci accese lì.

“Return to zero” è tutto questo.
Come passare dall’essere in tre a zero. Del come ricostruisci il tuo utero, il tuo essere donna senza sentirti in colpa, di come ricerchi la tua identità di uomo-padre, senza essere passato per quel travaglio che non ha partorito vita.
“Return to zero” è la descrizione perfetta di come non sia possibile raccontare, fino in fondo, il dolore di un evento così innaturale.
È l’incontro con se stessi, nudi di fronte a una realtà inspiegabile.

«..Non so se avete pensato o meno alla cremazione..» Chiede l’operatore dell’ospedale ai genitori, che hanno appena ricevuto la notizia che «il battito non c’è più».
«No, avremmo dovuto farlo?» Rispondono loro.

È tutto qui, chiuso in questa frase.

Avremmo mai potuto pensare che il futuro si sarebbe richiuso su se stesso? Come si può arginare questo dolore? Non si argina, si lascia fluire, non si nasconde, si trasforma.
La morte del proprio figlio in gravidanza, ti costringe a guardarti dentro: è l’occasione che ti presenta la vita da cogliere al volo. La ragione che ricerchi. Il perché sei qui, nonostante il dolore insopportabile, il vuoto, il coraggio di cercare ancora, la forza che ti fa alzare la mattina, il bisogno di gridare il tuo diritto a essere in lutto, la necessità di rendere onore alla vita che hai dato, nonostante la morte, il volersi sentire uguale agli altri.
Una madre e un padre, come gli altri genitori, che stringono per mano i loro figli. Senza giustificazioni, senza spiegazioni.

Alla fine, in fondo a questo buio, in fondo a tutto questo dolore, ricominciare da zero. Alla fine, una mamma.

Ringrazio gli autori e registi del film che, ieri sera, tra le lacrime, i sorrisi e un mio tremendo inglese, ho potuto abbracciare. Li ringrazio, perché il loro film ci restituisce la dignità che cerchiamo nel mondo, nel tentativo di ricostruirci.
Ringrazio Ciao Lapo Onlus, che ha reso possibile quest’incontro, perché il loro lavoro, il loro amore, rende coraggiosi anche le anime più ferite.
Ringrazio Claudia Ravaldi (Presidente Ciao Lapo Onlus), perché la dolcezza dei suoi occhi mi ha regalato la speranza.
Ringrazio i genitori in lutto di Ciao Lapo, i loro sguardi, le loro espressioni sui visi e la loro consapevolezza, di chi sa.
E ringrazio mio marito, perché non ha lasciato mai la mia mano durante il film e coraggiosamente cammina con me per questa strada in salita.

Anna

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