Un buon padre

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Ultima modifica 29 Settembre 2016

Io e il mio papà

Devo fare una premessa, che probabilmente mi renderà un po’ impopolare, ma io non festeggio la Festa del Papà, come non festeggio quella della Donna, della Mamma e quant’altro. Personalmente non mi piacciono le feste “obbligate”, mi sembrano snaturate del loro significato e manipolate dal sistema commerciale.

A parte questo, volevo scrivere un articolo su come deve essere secondo me un buon padre, quali qualità deve possedere, ma sono giorni che ci penso e mi risulta difficile senza pensare al mio che, in un momento di gravi problemi familiari, ha scelto la strada dell’allontanamento emotivo senza accorgersi del dolore che questo mi porta.

Eppure non posso non pensare a quando ero piccola. Ricordo un papà molto presente nella mia vita: lavorava come custode della residenza del Presidente della Banca Commerciale Italiana e avevamo l’appartamento per la famiglia sopra la guardiola, quindi tutto il giorno lo passavo praticamente con lui: mi ha insegnato ad andare in bicicletta, mi veniva a prendere a scuola e faceva i compiti con me. Quando a scuola abbiamo parlato degli uomini che vivevano nelle palafitte, lui ha raccolto dei legni e ha costruito insieme a me una palafitta in scala, bellissima. Per aiutarmi a capire il sistema solare si è inventato un altro “aggeggio” che lo riproduceva in modo semplice. E quando poi, più grande, non riuscivo e fare i compiti di algebra e geometria stava con me fino a sera tardi per riuscire a trovare la giusta soluzione, che naturalmente lui sapeva già, ma mi aiutava ad arrivarci da sola.
Ricordo i sabati passati a leggere storie di ogni genere o quando sapeva che a me piaceva da morire andare a Como a mangiare la pizza e mi faceva la sorpresa e stavamo lì fino a sera tardi quando facevano i fuochi d’artificio sul lago.

Mi piaceva un sacco sedermi sulle sue ginocchia e lui diceva sempre:”Ma fino a quando verrai in braccio, fino a vent’anni?” però rideva mentre lo diceva. Una cosa importante che mi ha trasmesso è l’amore per Dio, un senso di religiosità che non dipende dal luogo di nascita o dalla mentalità comune, ma che deriva da una ricerca personale sul perché delle cose, perché solo così puoi essere davvero convinta delle tue scelte e dare un senso alla tua vita.

Ecco, pensando a queste cose, ora che sono adulta, ora che lo vedo in tutta la sua fragilità, che lo vedo stanco, mi accorgo che forse il regalo più grande che posso fargli ogni giorno dell’anno è rispettarlo e comprendere che dietro un papà c’è un uomo che, certo, ha cercato di dare il suo meglio, ma che ha le sue paure, le sue incertezze e i suoi limiti.  E che, nonostante tutto, continuerò a volergli bene.

Paola Biandolino

 

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