Un fondo di garanzia per le famiglie separate e divorziate

Ultima modifica 19 Dicembre 2015

I numeri degli uomini e delle donne, separati e divorziati, costretti a rivolgersi alle mense della Caritas per consumare un pasto, spesso anche con i loro figli, o se sono più fortunati a rientrare dopo i quarant’anni nella casa dei genitori, sono purtroppo in tutta Italia una drammatica certezza.

Sono più fortunati quei bambini che, comunque, devono rinunciare alle attività sportive e ricreative, a studiare musica e ad andare qualche giorno in vacanza, perché molti sentenze limitano il rimborso delle spese straordinarie, in considerazione della contrazione dei redditi del genitore non collocatario.

Attuare concretamente il mantenimento diretto, insieme all’affidamento condiviso, potrebbe essere un passo avanti, ma è indubbio che dopo una separazione i genitori si trovino a dover affrontare spese raddoppiate se non altro perché necessitano di due abitazioni diverse, e anche le spese per le utenze di fatto raddoppiano.

Quando, invece, è previsto il mantenimento indiretto, con versamento di un assegno mensile, può non bastare tutta la buona volontà per adempiere a quello che, prima di un obbligo giuridico, è il dovere etico di prendersi cura dei propri figli. Il licenziamento o il fallimento dell’attività imprenditoriale del genitore obbligato si riversa in danno suo, ma anche dei suoi figli.

A poco servono le denunce per mancata corresponsione dei mezzi di sussistenza, anche perché lo stato di assoluta indigenza dell’obbligato esclude, com’è ovvio, la punibilità perché non pagare il mantenimento non è una scelta consapevole, ma la conseguenza dell’impossibilità oggettiva e incolpevole di adempiere.

Da queste considerazioni prende le mosse la proposta dell’Associazione degli avvocati matrimonialisti di un disegno di legge che istituisca un Fondo di Garanzia e Solidarietà che intervenga per versare, dopo due mesi di ritardo, l’assegno previsto giudizialmente, surrogandosi poi nell’azione di regresso contro l’obbligato.

Il Fondo sarebbe alimentato in parte da risorse pubbliche, con la partecipazione di istituti e fondazioni bancarie, da parte del denaro recuperato con le azioni di regresso, oltre una quota delle risorse derivanti dalla confisca in danno delle associazioni mafiose e da una quota del 5 per mille sull’IRPEF.

Allo scopo di evitare separazioni fittizie, richieste allo scopo di accedere al sostegno, il Fondo dovrebbe poter avviare verifiche, e comunque tra i requisiti dovrebbe prevedersi il limite di reddito del richiedente (si parla di 20.000,00 euro annui) e che comunque l’assegno di mantenimento o alimentare costituisca almeno il 70% del predetto reddito.

Il Fondo stipulerebbe inoltre convenzioni bancarie per agevolare la concessione di credito diretta al soddisfacimento dei bisogni primari dei soggetti separati e divorziati.

Un disegno di legge “Salva famiglia”, “Salva figli” di cui al momento non si conosce altro, e che dovrebbe essere presentato nei prossimi giorni al Parlamento, con il dichiarato scopo di “ridare speranza e dignità, in linea con i principi costituzionali, a milioni di famiglie italiane”.

Stefania

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