Vittoria Doretti ha ideato Codice Rosa per soccorrere le donne vittime di violenza

Ultima modifica 6 Novembre 2015

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La dottoressa Vittoria Doretti ha ideato un protocollo per riconoscere in modo tempestivo i casi di violenza sessuale e domestica ed intervenire con procedure ad hoc, operatori specializzati e denunce veloci. Questo protocollo si chiama “Codice Rosa” e viene attivato in presenza di casi di violenza domestica, sessuale, stalking, abusi e maltrattamenti, affiancandosi ai codici rosso, giallo, verde e bianco.

Vittoria Doretti, medico presso l’ASL n° 9 di Grosseto, è a capo di una task force inter-istituzionale composta da circa 40 persone: medici, infermieri, assistenti sociali, polizia e carabinieri, in grado di dare una risposta adeguata alla vittima ed applicare una metodologia efficace, finalizzata all’arresto tempestivo dell’aggressore.

L’idea del Codice Rosa è nata nel 2009 durante un convegno: i numeri delle denunce e dei casi di ricovero per ferite o dei sospetti abusi presentati da Questura e ASL erano incongruenti. “Pur avendo una splendida collaborazione fra noi”, ha raccontato Vittoria Doretti alla stampa toscana, “ognuno aveva il proprio protocollo, magari ottimo, ma che non portava a risultati simili. Pur avendo ogni ente ottime procedure, non c’era dialogo. Ho lavorato molto per strada, perché ho una doppia formazione anestesista e rianimatore, e mi sono resa conto che il grande problema era al Pronto Soccorso. Se una vittima va in un centro anti-violenza o in Questura”, ha spiegato, “ha già preso coscienza di essere una vittima, in vece chi arriva al pronto soccorso non sempre lo è. Era lì, in prima linea, che andavano sviluppate delle sensibilità, competenze e procedure particolari.Mancava il personale di primo soccorso preparato a riconoscerli e a fare rete con colleghi e forze dell’ordine. Il Codice Rosa è una procedura che attiva diverse professionalità in presenza di un paziente che potrebbe essere una vittima di violenza”.

Quando scatta il Codice Rosa, la vittima non viene ricoverata in un reparto qualsiasi, ma accolta in un’apposita “Stanza Rosa” per documentare con grande discrezione l’accaduto, rimuovendo gli indumenti senza compromettere le prove e verificando con cura le lesioni.

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Una stanza rosa”, ha detto Vittoria, “è un posto speciale, non si chiama così perché è colorata di rosa. E’ un luogo appartato, dove le persone sono al sicuro, protette nella privacy. Il rosa non è mai stato qualcosa riservato alle donne: abbiamo pensato che uomo, donna, anziano, giovane, italiano o straniero, ognuno di noi può avere in quel momento una situazione in cui è vittima della violenza e non riesce ad uscirne. È uno spazio protetto e se ne può ricavare una in ogni ospedale. È un luogo dove vengono accompagnate le vittime e da dove non escono se non quando si sentono pronte. Non escono per farsi visitare come accade normalmente, ma sono i professionisti ad entrare e non ripetono tutti le stesse domande”.

In questa stanza è come se il tempo si fermasse e lì c’è il tempo per parlare. Gli agenti delle forze dell’ordine entrano nella stanza solo in borghese, per non creare disagio. In ogni caso non viene fatta nessuna pressione rispetto alla formalizzazione di una denuncia, bisogna rispettare la volontà e i tempi di ognuna. Qui possono ricevere tutta l’assistenza sanitaria necessaria, senza bisogno di spostarsi da una parte all’altra dell’ospedale. Qui possono decidere entrare in un regime protetto, lontano dal suo persecutore. E c’è il computer pronto per la denuncia.

Il Codice Rosa consente di far venire alla luce molti casi di violenza che altrimenti restano nell’ombra e che possono durare per anni, come gli abusi su minori e anziani. In pochi anni, il protocollo ideato da Vittoria Doretti ha dato risultati inattesi: solo nell’ASL 9 di Grosseto vengono registrati circa dai 400 ai 500 casi di violenza sessuale e domestica all’anno, mentre fino al 2009 erano solo due, perché, ha sottolineato la dottoressa, “non li sapevamo riconoscere e trattare con le cautele che avrebbero meritato e non c’era dialogo con le Questure. Le donne sono la maggioranza dei Codici Rosa, anche se gli ultra 65enni vittime di violenza domestica incominciano ad essere un numero importante. Si sono quintuplicate le consulenze telefoniche dai servizi territoriali, come i medici di famiglia, e i casi vengono intercettati prima. Ora la gente incomincia a conoscerci e a fidarsi, arrivano e dicono “sono un Codice Rosa”.

L’esperienza-pilota di Grosseto è stata adottata in tutte le provincie della Toscana e in varie regioni d’Italia (Calabria, Puglia, Basilicata, Sardegna e Veneto).

Il lavoro svolto da Vittoria Doretti e la sua task force è enorme ed esemplare, il tutto realizzato senza risorse aggiuntive: “Cerco di fare bene il mio dovere, non faccio nulla di più di questo, sono un medico del Servizio Sanitario Nazionale”, ha dichiarato. “Tutti riceviamo uno stipendio, siamo dipendenti pubblici. In fondo non è altro che fare il proprio dovere, ma farlo in sincronia profonda, vuol dire essere insieme, 24 ore, un’unica divisa da indossare”.

Ed ha concluso: “C’è una grande amica della violenza domestica: la solitudine delle vittime. E l’operatore che si trova di fronte a casi di violenza non sa’ e non riesce a muoversi. La vera rivoluzione sta nell’aver creato un sistema che funziona come il Codice Rosa perché ogni parte è strettamente correlata all’altra, affinché nessun operatore si senta più solo. In una squadra non conta tanto ciò che dai e neanche quello che ricevi, conta ciò che condividi”.

Mai sole. Codice Rosa.

Paola Lovera

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