Emoticon in pagella al posto dei voti. E se invece ci provassimo con le parole?

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Ultima modifica 18 Febbraio 2020

Emoticon in pagella al posto dei voti. Siete pronti ad una vera e propria riflessione da maestra? Premetto lungaggine e noiosità. Uomo avvisato…

L’Emilia Romagna, per chi conosce la storia della sperimentazione nella didattica, soprattutto nella scuola primaria, è una zona storica, ricca di spunti e intuizioni che negli anni ’70/’80 hanno dato speranza e innovazione (per chi le ha accolte) alla nostra scuola.
Una terra in fermento, dal punto di vista scolastico, che ho sempre ammirato, tanto che avrei voluto lavorarci.

emoticon in pagella

Ora, le emoticon in pagella nella scuola Rodari di Modena possono far sorridere.

Ammetto di averlo fatto anche io, prima di approfondire: le faccine sembrano in effetti avallare l’andamento liquido della nostra società, in cui tutto deve essere fintamente personalizzato. Possibilmente senza dare troppo fastidio o peso… ai nostri figli.
In realtà, come abbiamo ormai letto tutti, spero, è un progetto pensato con altissime finalità, attenzionato anche dalla casa editrice Erickson e ovviamente generato attraverso il permesso del Ministero.

Sono due insegnanti a proporlo. Due professionisti che credono nella necessità di cambiamento della scuola. Perché se non ci attiviamo per rendere lo studente, per piccolo  che sia, artefice del suo percorso scolastico, non arriveremo più a nulla.
Lo porteremo, anzi, ad allontanarsi mentalmente e fisicamente dall’ambiente scolastico, precludendo la sua crescita personale e culturale.

Da insegnante apprezzo moltissimo la sperimentazione che stanno portando avanti, chiedendo anche alle famiglie una compartecipazione più attiva e consapevole nel percorso: ciò che spesso diciamo a parole, contro una scuola ancora troppo tradizionale (soprattutto nella valutazione), loro l’hanno attivato.
Ok.
Non giudico perché sono sicura che per mettere in piedi una tale forma di valutazione ci vuole impegno, coordinazione e, come affermano i due autori, è necessario un modo di fare scuola diverso, puntato alla costruzione personale, in classe.

Io apprezzo e rilancio: da insegnante, questo cambiamento lo vorrei ancora più radicale.

Vorrei che i voti sparissero proprio. Per dare spazio ad una valutazione serenamente praticabile dagli insegnanti (che… in fondo… sono capaci di valutare) e utile e comprensibile per i giovani e le famiglie, non solo per i più piccoli, ma anche alla secondaria.
Oggi noi abbiamo tantissimi obiettivi che dentro un voto (o una faccina, che sia) non stanno tutti.
Il voto unico imprigiona perché non riesco a parlare realmente di un bambino in tutto ciò che realizza o raggiunge.

Io vorrei, per ogni disciplina uno “sbriciolamento” per obiettivi e per ciascuno un semplice switch: traguardo raggiunto /traguardo non ancora raggiunto.

Prendiamo i traguardi della matematica, perché ci sono dentro:
– risolvere problemi di aritmetica, geometria, logica, probabilità.
– calcolare a mente o con gli algoritmi
– orientarsi nello spazio grafico
– argomentare percorsi di soluzione
– memorizzare
– sintetizzare
– schematizzare

Sono tutti traguardi ugualmente importanti e, se un bambino è al 100% su uno di essi ma non sugli altri, io devo appiattire quel traguardo: sì, perché ho un voto unico.
Ma il percorso in realtà non lo è affatto.
Se parlo di personalizzazione del percorso, se il mio obiettivo è far vedere al bambino dove funziona e dove deve lavorare, io, col voto unico, non ci riesco.

Nemmeno il bambino comprende a fondo dove deve puntare attenzione e dove va come un trenino. Sì, magari ne possiamo parlare in classe anche ogni giorno, ma ha comunque bisogno di un punto e a capo.
Sicuramente il progetto innovativo avrà curato l’analisi obiettivo per obiettivo, anche se non ho letto specificamente riguardo a questo.
La finalità è ammirevole e auspicabile in ogni scuola.

Quello che non mi attira particolarmente è la modalità.

Non amando le emoticon in generale, anche se sicuramente vicine al linguaggio dei bambini per immediatezza e comunicatività, vorrei ritrovare la forza delle parole: quelle, semplici, che comunichino.

Faccio un esempio.
Se noi scrivessimo in pagella, dopo averne parlato insieme a lui o a lei e alle loro famiglie:
Calcolo a mente: traguardo raggiunto
Algoritmi di addizione e sottrazione: traguardo non ancora raggiunto.
Risoluzione del problema: traguardo raggiunto
Risoluzione del problema in gruppo: traguardo non ancora raggiunto

E poi una declinazione di piccoli consigli per riuscire meglio.

… credo che capisca molto bene dove dovrà lavorare e dove invece ha messo radici e sentirà la tensione verso ciò in cui deve impegnarsi e anche come riuscire a farlo. Così anche noi insegnanti potremmo esprimere quella parte della nostra professionalità che possiamo mettere in campo solo a voce. Senza numeri e senza una gerarchia che, diciamolo, ammazza spesso la sicurezza e l’autostima.

E avrebbe sicuramente di fronte non un muro compatto (7, 8) ma ostacoli concreti da superare. Così si sbriciolerebbe anche il “Vado male in matematica” che troppo spesso esce fuori.

Vorrei tanto sentir dire ad un bambino a fine anno “Caspita, sono una furia nel calcolo a mente, ma devo leggere di più il problema… sono troppo frettoloso in effetti
Si intravede nei vari articoli letti, che l’auto-valutazione viene espressa insieme alla  preferenza e l’inclinazione verso la disciplina.
Ecco, mentre l’autovalutazione è importante per decidere se un traguardo sia stato raggiunto o meno ed è quindi parte integrante della stessa valutazione, l’inclinazione e il piacere nella disciplina non li metterei in pagella.

Da ciò che ho visto, il bambino si sente bravo quando una cosa gli riesce facile.

In realtà noi vediamo anche nella difficoltà il vero talento.
Quella preferenza, comunque, più che vederla scritta, la vorrei veder brillare ogni giorno sopra ogni cosa.
Quella, siamo noi insegnanti a doverla vedere ed esaltare, per dare forza a tutto il percorso.
Quella siamo noi a doverla ispirare, quando nemmeno il bambino o il genitore la vede (quante volte…).
Quella dovrebbe essere il motivo, l’entusiasmo per il quale entra a scuola.
Quell’inclinazione, se cresce, è la nostra pagella. Se non riusciamo ad ammazzarla, ha vinto e abbiamo vinto anche noi. La valutazione sarà servita a crescere.

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