Il Giorno della Memoria, un racconto per non dimenticare

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Il 27 gennaio del 1945 le truppe dell’Armata Rossa liberarono i prigionieri detenuti nel campo di concentramento di Auschwitz.

il giorno della memoria

Non credo sia necessario raccontare la storia dei campi di concentramento, o delle deportazioni degli ebrei perché non dovrebbe esistere oggi persona al mondo che non sappia cosa sia successo 70 anni fa.

Questo invece è un racconto personale, diciamo il giorno della memoria come lo voglio ricordare io.

Quando il mio compagno ha festeggiato 50 anni di età (che coincidenza vuole capiti proprio di 27) ha voluto un regalo importante: una visita ad Auschwitz.
Lo so, è un po’ una pesantezza, ma che ci volete fare, tra i due almeno ce n’è uno serio. E siccome, scherzi a parte, questa è davvero un’esperienza da fare, siamo andati a Cracovia.
Cracovia è una città molto bella, con un centro storico davvero incantevole.

Ma ancora oggi tante cose  parlano di Olocausto.

La Polonia è stata la prima nazione ad essere occupata dalle truppe di Hitler, all’alba del secondo conflitto mondiale.

Gli occupanti saccheggiarono le città, non solo di beni materiali, ma principalmente di una grande fetta di patrimonio storico e culturale. Scuole chiuse, editoria proibita, cinema, teatri e concerti banditi.

Nel 1939 gli ebrei in Polonia costituiscono circa il 30% della popolazione cittadina (Fonte: ghettinazisti.it)

I tedeschi costruiscono il ghetto a Cracovia nel 1941 con le lapidi del cimitero ebraico, a volerli avvisare che mai sarebbero usciti vivi da lì. Ci stiparono circa 50 mila persone. Quello era il punto di smistamento per i campi di concentramento.

Auschwitz è una cittadina a circa 60 km da Cracovia. Si chiama anche diversamente, ma se nel mondo parli di Oświęcim, nessuno associa questo posto alla Shoah, neanche durante il giorno della memoria.

Il giorno della memoria. La mia visita ad Auschwitz.

il giorno della memoria

C’era una caserma prima che diventasse campo di lavoro (come lo chiamavano i tedeschi).

Quando arrivi ad Auschwitz ti senti quasi in dovere di silenziare la suoneria dei telefoni, di parlare a bassa voce, e di non fare battute idiote.

La visita non si paga, si pagano le guide. A volere dire che il dolore non si negozia.

All’ingresso subito ti accoglie il cancello con la scritta “Arbeit Macht Frei” il lavoro rende liberi.

Auschwitz è il primo e più grande campo di concentramento nazista. Quello dove morirono quasi due milioni di persone (alcuni dicono molte di più, altri meno, ma la sostanza cambia poco).

Il posto dove i prigionieri furono vittime di sevizie e torture inimmaginabili, di esperimenti scientifici ignobili.

Un posto che a pensarci adesso non ci si arriva con la mente. Io lì dentro non mi capacitavo di come questi ufficiali e soldati potessero mettere in pratica una barbarie con tale solerzia e puntigliosità.

Uno sterminio compiuto con una specie di catena di montaggio.

I prigionieri arrivavano in treno. E i binari ad Auschwitz finivano proprio nel nulla.

il giorno della memoria

Poi venivano smistati, assegnati ai lavori e alle baracche.
C’erano e ci sono le baracche per dormire, gli uffici,  i campi dove uomini e donne si recavano ogni giorno per lavorare.

E poi c’erano i forni.

Oggi i forni non ci sono, o per lo meno, c’è un cumulo di mattoni che li rappresenta. I tedeschi li hanno distrutti prima di ritirarsi per nascondere le prove della barbarie.

Ma sfido chiunque a pensare che tutto ciò non sia successo.

Il campo è ancora recintato dal filo spinato. Ci sono ancora quelle stanze degli ufficiali, quelle baracche dei prigionieri e quelle celle di isolamento dove ci entrava un uomo in piedi. E basta.

il giorno della memoria

E’ tutto com’era allora.

I bagni per chi arrivava a lavarsi con l’acqua gelida subito dopo la sveglia. Le valigie che i prigionieri lasciavano all’ingresso del campo. Le loro divise. Le loro scarpe a migliaia, anche scarpe di bambini. Le loro garitte.

E anche i loro volti. Foto identificative raccolte all’epoca del loro arrivo. E oggi appese a quelle mura.

Con un pullman si visita anche Birkenau, che è una specie di sottocampo, dove ci sono le baracche dei i prigionieri.

il giorno della memoria

Erano baracche divise per uomini e donne.
Dentro le baracche ci sono, oggi uguali a ieri, soltanto delle specie di letti a castello che servivano ognuno per decine di persone. Solo assi di legno. Nient’altro. In ogni baracca venivano ammassate centinaia di persone. Zingari da un lato, ebrei da un altro. Uomini qui, donne là. Quelli che servivano da cavie in un altro reparto ancora. I malati più lontano.

Le latrine erano in dei capannoni. Solo buchi. Nient’altro.

Al mattino tutti fuori dalle baracche per andare a lavorare.

E la sera molti non tornavano. Perché erano stati fucilati, mandati nelle camere, picchiati a morte, o semplicemente erano stremati di stenti. Così è capitato a milioni di persone lì dentro.

Un nostro connazionale, uno dei tanti rinchiusi e uno dei pochi scampati, Primo Levi, scrisse la sua testimonianza della vita nei campi nel libro “Se questo è un uomo”.

E racconta di come i tedeschi nei campi di concentramento, prima ancora che togliere la vita, erano intenzionati a togliere l’umanità dai corpi dei loro schiavi.

Io il giorno della memoria della Shoah lo vorrei commemorare con una frase, tra le tante ascoltate dalla guida all’interno del campo di Auschwitz e Birkenau. Che oggi voglio condividere.

La guida mi raccontò di un graffito lasciato su un muro di quelle baracche da un prigioniero. Chissà chi, chissà quando. Chissà se sopravvisse o morì.

La scritta diceva “Se Dio esiste dovrà chiedermi perdono”

il giorno della memoria

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

Classe 1971, dicono buona annata per il barolo, viaggiatrice per indole, blogger per caso, mamma per scelta di 2 ragazzi di 8 e 14 anni che come tutti i figli (maschi per giunta), mi fanno tribolare.

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