8 marzo

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Ultima modifica 6 Novembre 2015

Chiamarla festa nel 2013 dà un po’ fastidio a molte, si preferisce, ed è senza dubbio più corretto, chiamarla giornata della donna, una ricorrenza che marca con un ramo di mimosa la differenza di condizione che è andata via, via evolvendosi nel tempo, anche se, in molti paesi, la vita per l’universo femminile è, molte volte, addirittura intollerabile. Non è che nella parte evoluta del nostro mondo manchino frequenti episodi violenti, tanto che è salito prepotentemente alla ribalta il delitto di femminicidio.

Ma torniamo alla festa. Dovete sapere che nel lontano 1907 nel corso dei lavori del VII congresso dell’internazionale socialista venne discusso l’atteggiamento da tenere in caso di una guerra europea, sul colonialismo e  sulla questione femminile  che comprendeva l’estensione del voto alle donne! Fu votato l’impegno a lottare per l’introduzione del suffragio universale ( perché, in molti paesi, le classi più povere non ne avevano diritto), ma di farlo senza commistione con le borghesi che, da tempo, lottavano per acquisire diritti al femminile e molte delle delegate si ribellarono pensando che era meglio che le donne lottassero tutte insieme senza distinzione di casta e di idee politiche, ma non solo, ed esclusivamente, per ottenere il diritto di voto, ma per un miglioramento della condizione femminile in tutti i campi.

La prima giornata della donna fu celebrata il 28 febbraio 1909, su iniziativa del partito socialista americano, anche in seguito al primo vero sciopero al femminile durato dal 22 novembre 1908 al 15 febbraio 1909 e proclamato da 20.000 camiciaie di New York per protesta contro le assurde ed inumane condizioni del loro lavoro. In Germania, invece, la ricorrenza fu festeggiata il 19 marzo 1911 giorno nel quale, quasi un secolo prima, il re di Prussia aveva, tra l’altro, promesso, promessa non mantenuta, di estendere alle donne il diritto di voto. In Francia fu scelto il 18 di marzo in ricordo della Comune di Parigi.

Ma non fu ripetuta nè celebrata in tutti i paesi, molti, troppi governanti non vedevano di buon occhio, anzi osteggiavano pubblicamente le istanze femminili. Così ogni nazione viaggiava per conto suo, festeggiando o meno la donna, finché l’8 marzo 1917 crollò l’impero degli zar e iniziò la rivoluzione russa di febbraio e per questo, nel congresso delle donne comuniste del 14 giugno 1921 fu stabilito di indire per l’8 marzo la giornata internazionale dell’operaia, riducendola, così, a una celebrazione di partito, dandole un’ impronta politica.

Poi arrivò la seconda guerra mondiale e di festeggiare qualcuno o qualcosa non se ne parlò più, e delle motivazioni e delle origini della giornata venne persino persa, o si volle perdere, la memoria.

Alla sollevazione delle donne russe, che aveva dato origine alla rivoluzione, venne contrapposto il ricordo della morte di centinaia di operaie avvenuto nel rogo di una fabbrica di camicie, la Cotton, mai esistita, confondendola prima e sostituendola poi, con la tragedia, realmente avvenuta nella città di New York il 17 marzo 1911, quando nell’ incendio della Triangle, morirono 146 donne che trovarono le porte sbarrate, questa la versione più accreditata, ma si parlava anche della violenza usata dalla polizia per  reprimere una non ben definita manifestazione sindacale, o di altri scioperi ed incidenti importanti avvenute in altre città degli U.S.A.

Fu nel settembre del ’44 che le donne italiane di sinistra, riunite nell’ UDI decisero di riprendere la tradizione di celebrare l’8 marzo la prima giornata della donna, mentre l’ Onu, allora con sede a Londra,  approvava una carta della donna che richiedeva parità di diritti e di lavoro, la parità dei doveri brillava per la sua assenza.

Sapete perché fu scelta e proprio da donne italiane, la mimosa come simbolo? Perché fioriva proprio in quel periodo e, allora, era una pianta che cresceva libera nei boschi ed era alla portata di tutti. Ma non crediate che la ricorrenza fosse tollerata, anzi, era una festa di parte, di una parte all’opposizione in piena guerra fredda, per cui era considerato un atto di disturbo all’ordine pubblico il  distribuire rami di mimosa, e anche un piccolo banchetto era sanzionato per occupazione abusiva di suolo pubblico.

L’8 MARZO 1973 fu il primo ad essere pubblicamente festeggiato con la manifestazione romana di Campo dei Fiori, ma non tranquillamente, perché la polizia disperse a colpi di manganello le manifestanti, pacifiche, che osavano inalberare cartelli in cui si richiedeva la legalizzazione dell’aborto e la liberazione omosessuale, inoltre un volantino asseriva che le donne, e non lo Stato o la Chiesa,  dovessero gestire la maternità.

Richieste, allora, ritenute assurde, scandalose, intollerabili.

Il 1975 fu dichiarato anno internazionale della donna e l’8 marzo venne sdoganato dalle Nazioni unite come festa di tutte le donne.

Non sono passati poi moltissimi anni e le cose sono cambiate, le donne hanno, quasi tutte, acquisito consapevolezza di loro stesse e gli uomini stanno, più lentamente, imparando che la parità dei diritti, non ancora perfezionata, deve accompagnarsi alla parità dei doveri, anche se con molte resistenze, anche inconsce, perplessità e negazioni. Resistenze, negazioni e perplessità che sono la causa prima dei femminicidi, nonché di tutte quelle condizioni di vita pressoché intollerabili.

Come vorrei che la giornata internazionale della donna fosse solo il festeggiamento del ricordo che, un giorno lontano, le donne hanno iniziato ad uscire allo scoperto, sufragette borghesi, colte ed intellettuali o operaie analfabete che cominciavano a capire, donne di destra o di sinistra non era importante, il loro percorso era  parallelo, la meta la stessa .

E allora che si chiamasse festa o giornata, poco importerebbe, invece per molte, è ancora un marchio di sudditanza non alleviato da un ramo di mimosa donato con compiacenza.

Nonna Lì

 

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