Ultima modifica 9 Ottobre 2026

E se la donna perfetta, quella che gli uomini dicono di volere, a un certo punto decidesse di non esserlo più? È da questa domanda, almeno per me, la parte più interessante di La Bambola (La Poupée), una commedia francese che uscirà al cinema dal 15 ottobre.
Un film leggero, divertente, romantico ma che vi mette davanti numerose domande.

Perché dietro una storia surreale, quella di una bambola in silicone che improvvisamente prende vita, c’è molto più di una semplice commedia romantica.

C’è il modo in cui guardiamo le donne e il modo in cui ci hanno insegnato che dovremmo essere.

Ma c’è anche la paura di amare, quella che dopo una delusione ci fa dire: “Meglio non rischiare più”.

La bambola come metafora della donna perfetta che poi perfetta non è 

Rémi non si è mai ripreso dall’ultima rottura.

Come facciamo tutti, in modi diversi, cerca una soluzione per non stare più male. Solo che la sua soluzione è decisamente fuori dagli schemi: decide di vivere una relazione domestica con Audrey, una bambola in silicone a grandezza naturale.

Una compagna perfetta, almeno sulla carta. Audrey non discute, non lo lascia, non lo mette davanti alle proprie fragilità. È lì.

Rémi ha costruito una relazione nella quale può finalmente sentirsi al sicuro perché, soprattutto, può controllare tutto. E forse è proprio questo il punto. Dopo una grande delusione, quante volte facciamo qualcosa di simile?

Ci chiudiamo, ci proteggiamo e smettiamo di fidarci. Ci convinciamo che stare da soli sia più semplice che rischiare di nuovo. Costruiamo muri talmente alti che a un certo punto diventano anche la nostra casa.

Poi, naturalmente, arriva qualcuno a ricordarci che la vita non si può controllare.

Nella vita di Rémi entra Patricia, una nuova collega.

Interpretata da Cécile de France, Patricia è esattamente l’opposto di quello che ci aspetteremmo dalla “donna perfetta”. È indipendente, ironica, sicura di sé. Ama lo sport estremo, il calcio e non ha nessun interesse a rientrare nel modello della donna che gli altri hanno deciso per lei. E soprattutto non vuole figli.

Una scelta che il film non presenta come qualcosa da giustificare. Patricia semplicemente è così, ed è proprio questo che trovo interessante.

Perché ancora oggi una donna che dichiara di non volere figli sembra quasi dover fornire una spiegazione.

Come se la maternità fosse un destino obbligatorio e non una scelta.

Audrey, la bambola, nasce come donna perfetta. E poi cambia idea.

La parte geniale del film arriva quando Audrey prende vita. Perché quella che dovrebbe essere la donna ideale comincia lentamente a diventare una persona.

E una persona, a differenza di una bambola, ha dei desideri propri.

All’inizio Audrey è esattamente ciò per cui è stata costruita: bella, disponibile, docile, sempre pronta a compiacere, anche sessualmente. Ma più impara, più comincia a farsi domande. E più si fa domande, meno vuole essere perfetta.

È una trasformazione che ho trovato davvero interessante.

Perché cosa significa, in fondo, essere una donna perfetta? Essere sempre belle? Avere la casa in ordine? Essere una compagna comprensiva? Non invecchiare? E soprattutto: chi ha deciso che dobbiamo essere così?

La famiglia di Rèmi è lo stereotipo che conosciamo

C’è una scena che secondo me racconta molto bene il senso del film: l’incontro di Audrey con la famiglia di Rémi. Qui compare lo stereotipo della donna perfetta.

Una donna di una certa età che sembra non avere età, completamente curata e modificata per continuare a soddisfare le aspettative del marito. Una sorta di “perfezione femminile” portata all’estremo.

All’inizio sono tutti entusiasti della bellezza e della perfezione di Audrey, ma quando la incontrano per la seconda volta è cambiata. E quei genitori, legati alle apparenze e all’estetismo, non va a genio.

Audrey è diventata meno curata, non vuole essere bella a tutti i costi e soprattutto comincia a fare domande scomode. Ed è proprio in quel momento che Audrey diventa, paradossalmente, molto più vera.

Perché agli uomini è concesso ciò che alle donne viene ancora negato? Il film gioca continuamente con questi stereotipi.

Il primo lo abbiamo visto, il lusso di invecchiare senza che la società ci dica che dobbiamo mantenere la bellezza e l’apparenza.

Poi abbiamo Patricia, che quando arriva nel nuovo ambiente di lavoro, nota immediatamente che non c’è neanche una donna nel team.

Una frase semplice, ma che racconta una realtà che conosciamo bene: ci sono ancora ambienti nei quali la presenza femminile viene considerata quasi un’eccezione.

E poi c’è Jérôme, neo papà, che vuole tornare al lavoro piuttosto che occuparsi della figlia appena nata.

Quando Audrey gli fa notare che quella cura viene ancora considerata un “lavoro da donne”, il film mette il dito su una ferita che conosciamo bene.

Perché diciamolo: quante volte sentiamo ancora dire che una mamma “si occupa dei bambini”, mentre un papà “aiuta”?

E non dovrebbe essere normale che anche un uomo scelga di stare a casa con il proprio bambino senza che questo venga percepito come qualcosa di straordinario?

Il film, insomma, non sembra voler mettere uomini e donne gli uni contro le altre.

Piuttosto, prova a mostrarci quanto siano assurde alcune aspettative che la società continua a imporre a entrambi. Perché se continuiamo a considerare la cura, i figli e la gestione della casa come qualcosa di naturalmente femminile, finiamo per intrappolare anche gli uomini dentro un modello di mascolinità che non lascia loro molto spazio.

E poi c’è l’amore. Quello vero, quello che fa paura.

Alla fine, però, La Bambola è anche una storia d’amore. Perché Rémi ha scelto Audrey proprio per non rischiare più.

Una bambola è perfetta per chi ha paura di essere ferito: non può lasciarti, non può deluderti, non può scegliere qualcun altro. Ma non può nemmeno amarti davvero.

Patricia, invece, è tutto ciò da cui Rémi stava cercando di proteggersi. E’ imprevedibile, indipendente, con delle passioni e delle idee e soprattutto capace di fare le sue scelte.

Non possiamo vivere cercando di eliminare ogni possibilità di soffrire, perché per evitare il dolore finiamo spesso per eliminare anche la possibilità di essere felici. 

Una commedia francese leggera, ma per niente superficiale

Quello che ho apprezzato del film La Bambola è proprio questo equilibrio. È un film piacevole, divertente, a tratti surreale e decisamente francese nel modo in cui riesce a parlare di temi importanti senza trasformarsi in una predica.

Parte da un’idea quasi folle – una bambola che prende vita – e la usa per parlare di qualcosa di molto reale.

Di donne che non vogliono più essere definite soltanto attraverso il loro aspetto.

Di uomini che hanno paura di mostrare la propria fragilità.

Di ruoli che ci vengono assegnati ancora prima che possiamo scegliere chi vogliamo essere.

Di relazioni che cerchiamo di controllare per paura di soffrire.

E, soprattutto, dell’amore.

Perché forse Audrey, da bambola perfetta, diventa davvero interessante proprio nel momento in cui smette di esserlo.

E forse è proprio questo il messaggio più bello del film: la perfezione non è essere esattamente come gli altri ci vorrebbero. La vera libertà comincia quando possiamo finalmente decidere chi essere.

Una commedia romantica e intelligente, quindi, che parte da una situazione assurda per raccontare qualcosa di sorprendentemente umano.

E che, tra una risata e una domanda scomoda, ci ricorda che innamorarsi significa anche avere il coraggio di uscire dalle proprie certezze.

Al cinema dal 15 ottobre. Qui trovate il sito con i cinema aderenti per regione!

Classe 1985 nata e cresciuta a Milano, meglio Cormano. Sono laureata in scienze sociali applicate ma nella vita ho fatto un pò di tutto. Da febbraio 2017 ho lasciato il nord per trasferirmi a Catania con la famiglia, rientro nella City a settembre 2024 per godermi a pieno tutti gli eventi che questa città ha da offrire! Sono mamma di due piccole pesti che adoro, anche quando mi fanno impazzire. Dal 2020 ho iniziato a lavorare come content writer/copywriter e successivamente ho preso la qualifica con Meta in Social Media Marketing. Amo viaggiare, la lettura, il cinema, le serie tv, i giochi di società ed il baseball/softball.

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