Ultima modifica 4 Gennaio 2020

Amy di Asif Kapadia, è un ritratto triste e molto intimo di Amy Winehouse.

Il documentario su Amy Winehouse di Asif Kapadia, Amy: the girl behind the name, visto ieri 28 luglio in anteprima al cinema Arcobaleno di Milano, ha lasciato senza parole: è un  pugno nello stomaco: 2 ore e 20 minuti di genialità, follia, musica e dolore. È come se Amy  fosse tornata fra noi, in modo così coinvolgente da dare i brividi. Si vede tutta la sua solitudine, la sua rabbia, il suo grande bisogno di amore, il suo talento musicale e la creatività, la dipendenza da droga e alcol e la sua fragilità di fronte alla celebrità.

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Il cinema e il mondo dello spettacolo sono ossessionati dai ritorni in scena e dalle seconde opportunità e, se fosse vissuta più a lungo, Amy avrebbe magari inciso una canzone da redenta. Comunque, Rehab è il risultato di un’ispirazione  e di un vissuto personale che avevano dato il la alla nascita di una nuova stella. Rifiutare lai disintossicazione era una sfida all’ipocrisia e alla brutalità dell’industria della celebrità, che usa le star fino in fondo, e questi  pagano con l’infelicità il prezzo delle loro vite dorate.

Pur sapendo come va a finire la storia, il docu-film raggiunge un’autentica tragicità. Con estrema lucidità mostra Amy Winehouse che va verso un destino previsto, contro cui nessuno ha potuto (o voluto?) fare niente.

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Il 3 luglio Amy è uscito in Inghilterra, diventando il documentario britannico più visto di sempre nel primo fine settimana in sala. Nei cinema del paese solo Fahrenheit 9/11 di Michael Moore ha fatto meglio. Amy è in uscita negli Stati Uniti, mentre arriverà nelle sale italiane il 15 settembre 2015, per un solo weekend.

foto di Tom Oxley, Nick Shymansky, Bauer Griffin

 

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