Bimbo immaginario e bimbo reale

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Ultima modifica 19 Dicembre 2015

Lo spunto parte da un commento fatto da una mamma adottiva (o un troll perché, in cuore mio, spero si tratti di un troll) su un vecchio articolo che parlava di  fallimento adottivo, dove una pseudo-mamma, (io la chiamo così perché di mamma ha veramente poco), mi diceva che la sua adozione non poteva che fallire visto che hanno scoperto che il figlio è gay.

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Ora, non voglio addentrarmi su questo preciso argomento, di cui magari scriverò in un altro momento, ma lo prendo come partenza per parlare di un tema, che è fondamentale per la riuscita o meno di una adozione. Alla base di un fallimento adottivo ci sono spesso (ma non solo) le grandi aspettative che la coppia genitoriale ripone nei confronti del bambino. Ogni coppia di futuri genitori sogna e immagina il futuro erede. Nello specifico dell’adozione, i genitori iniziano a porsi domande sull’età, sulle caratteristiche genetiche e, soprattutto, sull’ambiente, dove è vissuto finora il bambino. Tutte queste domande non trovano risposte immediate, quindi, si crea un’immagine nella mente dei genitori sul figlio tanto desiderato, che andrà a assomigliare sempre più alle aspettative dei genitori stessi.

Questa rappresentazione mentale del bimbo atteso assumerà un ruolo estremamente importante, quando ci si dovrà confrontare con il  bambino in carne e ossa, in quanto le due figure, bimbo immaginario e bimbo reale, verranno inevitabilmente messe a confronto e non è detto che il figlio adottivo sia simile a quello immaginario.

Il fatto che le proprie aspettative non vengano soddisfatte provoca nella coppia sentimenti d’ansia, angoscia e può portare i due genitori o a negare la presenza di problemi o a cercare problemi dove non ce ne sono. Tutto questo crea una forte preoccupazione riguardo alla riuscita stessa dell’adozione.

Le aspettative, che si creano durante la fase dell’immaginazione del bambino,hanno un ruolo importante nella formazione del nucleo adottivo ed è fondamentale che la coppia riesca a vedere la situazione in quelli che sono i suoi termini reali. Vorrei farvi un esempio pratico di come le aspettative genitoriali e la mancata corrispondenza fra bimbo immaginario e bimbo reale possano creare serie di problematiche all’interno di un nucleo familiare e, soprattutto, al bambino in una situazione di cui sono venuta a conoscenza tempo fa.

Bambino arrivato in Italia a 3 anni e mezzo, cresciuto in un orfanotrofio, di quelli brutti dell’Europa dell’est, e sappiamo tutti in che condizioni vivono i bambini in questi istituti. La coppia genitoriale viene da un percorso d’attribuzione dell’idoneità non semplice; i genitori erano stati ritenuti poco idonei all’adozione internazionale dalla psicologa, che li seguiva,  per una questione di inflessibilità mostrata durante il corso  pre adottivo.

Visto che in Italia l’idoneità all’adozione, se non in prima istanza ma tramite il ricorso, la danno a tutti, non c’è stato modo di bloccare la loro richiesta d’adozione internazionale. Hanno ottenuto l’abbinamento con questo bimbo. Appena arrivato, hanno preteso che parlasse italiano in tempi brevissimi, incalzandolo a tal punto che, già pochi mesi dopo, ilbambino parlava con i congiuntivi corretti. I miei non lo fanno neppure dopo 5 anni, ma anche i loro amici italianissimi non lo fanno.

Purtroppo, il comportamento del bambino presentava svariate “problematiche”. Un disastro, a loro dire. Quando il bambino è entrato nell’ambiente scolastico, i problemi comportamentali sono aumentati. Gli insegnanti, inizialmente, si sono trovati in difficoltà, poi hanno colto la sua grande necessità di attenzioni fisiche, comprendendo il bisogno di abbracci del piccolo che, quando si sentiva coccolato, diventava sereno. Passato dalla materna alla scuola primaria, il bambino ha trovato il giusto ambiente con insegnanti sensibili al tema dell’adozione (non facili da trovare) che, inquadrata la situazione, hanno spiegato ai genitori che la cosa più importante da seguire era  la sua carenza di autostima, precisando che non era fondamentale concentrarsi eccessivamente sulla didattica, come l’ortografia e i calcoli. Invece, i genitori hanno desiderato che il figlio avesse buoni risultati scolastici e, fin dalla prima classe, gli hanno imposto un surplus di compiti perché, secondo loro, quelli svolti a scuola non erano abbastanza. Gli insegnanti hanno cercato il dialogo senza essere ascoltati e i genitori, dopo aver interpellato diversi psicologi, che non avvallavano la teoria dei genitori, cioè che il bimbo fosse afflitto da qualche moderna patologia, tipo la sindrome di iperattività, hanno iniziato a girare l’Italia, cercando qualcuno che facesse quella benedetta diagnosi e che dimostrasse che non era colpa loro se il bambino era così, ma che era “difettoso” all’arrivo.

Attualmente, trovare un neuropsichiatra convinto che tutti i bambini vivaci siano dei bambini iperattivi non è tanto difficile, così viene diagnosticata la patologia e data al bambino la classica cura “americana” (cura che, adesso, anche gli americani rifiutano).

Nei mesi successivi le maestre hanno notato che il bambino si era “ammosciato” e, quando queste osservazioni sono state riportate ai genitori e sono state espresse preoccupazioni riguardo la reazione del bambino alla cura, che non aveva risolto i problemi di comportamento, bensì letteralmente spento il piccolo, i genitori hanno pensato che la soluzione migliore fosse di cambiare insegnanti al bambino mandandolo, secondo me,  in ulteriore confusione.

È vero che il resto della storia è ancora tutto da venire, ma a me la situazione pare un lampante caso di mancata corrispondenza tra bambino sognato dai genitori, desiderato buono, tranquillo e bravo a scuola, rispetto a quello reale che, invece, è troppo vivace e con un apprendimento che andrebbe calibrato su di lui e non sui ritmi che la scuola moderna impone. Caso che porta conseguenze su tutto il nucleo familiare  specie, in questo caso,  al minore adottato visto che è lui che viene sottoposto a una terapia quantomeno controversa.

Un quadro del genere innalza in maniera esponenziale la possibilità di un fallimento adottivo nel corso dei prossimi anni, perché più i bambini crescono e più è facile che non corrispondano alle aspettative dei genitori.

Elisabetta Dal Piaz

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Riminese trapiantata per amore in Umbria da ormai 18 anni. Ex dietista e mamma attempata, di due fantastici figli del cuore che arrivano dal Brasile. Ma il tempo passa e i figli crescono (e non sia mai avere mamma sempre fra i piedi) ho ripreso a studiare e sono diventata Mediatore familiare, civile e commerciale. E a breve...mediatore penale.

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