Come ci vedono gli altri

Ultima modifica 14 Febbraio 2017

Vorrei vestirmi sempre e solo con una tunica bianca lunga fino ai piedi, di vario spessore a seconda delle stagioni.
E potrei farlo senz’altro, non è mica vietato!
Così come non sono vietati i tatuaggi, i piercing, le scarificazioni, gli anelli al naso.
I pantaloni strappati, la tempia rasata abbinata a una chioma lunga, i dreadlock stile rasta, i calzoni con il cavallo basso. Sono sinceramente lieto di vivere in un paese dove tutto questo è assolutamente normale. Ma lo dico sul serio.

A fronte di tale libertà d’immagine, che come ogni libertà comincia e finisce dove finiscono e cominciano le libertà altrui, esiste la libertà di giudizio. Anche negativo.

reputazione

Il discorso allora si sposta sull’importanza della reputazione, una parola che si sente sempre più spesso associata alle aziende commerciali, ai professionisti, a chi dovrebbe garantire standard etici e morali in qualsiasi cosa si occupi.
E la reputazione, volenti o nolenti è un valore.
Valore che spesso viene trascurato dai nostri ragazzi, e anche, a volte, da noi stessi.
Reputazione è ciò che fai per strada, come ti comporti, che cosa posti in rete.
Hai voglia a piangere se quando cresci un datore di lavoro non ti assume perché ha visto quello che hai combinato anni fa. Non si può pretendere di imporre agli altri il giudizio su di noi che più ci aggrada, se tale giudizio non è conforme al nostro apparire. Forse è anche ingiusto, però è così. Bisogna saperlo e prevederlo.

In natura gli animali che si trovano di fronte altri animali giudicano in un milionesimo di secondo se si tratta di una minaccia o meno, se si crea feeling positivo o negativo. E l’uomo è molto più animale nei suoi comportamenti di quanto amerebbe pensare.
Ci si mette tantissimo tempo a far cambiare idea dopo una prima immagine negativa.
Che palle il perbenismo! La morale comune, il dover vivere allineati e coperti per non urtare i benpensanti.
Io domattina vorrei uscire di casa con la mia tunicona bianca, immacolata.
Purtroppo non me lo posso (ancora…) permettere. Devo essere se non credibile, almeno neutro.
Se un avvocato mi si presentasse vestito da fachiro – chevvedevodì – lo stimerei come persona libera ma non potrei fare a meno, se proprio non lo conoscessi bene, di dubitare un po’.
Di cosa? Della professionalità? Dell’integrità mentale? Non lo so. Ma il dubbio viene.
Eppure Gandhi era un avvocato e girava vestito così.

La reputazione è un valore e come tale chi non lo vuole non è obbligato a coltivarlo.
Un’immagine particolare, un comportamento di un certo tipo, un modo di essere “sopra le righe” si possono ben praticare e coltivare ma bisogna saperne sopportare i contrappesi.
Occorre avere risorse che possono essere di vario tipo e in varie combinazioni: “spalle larghe” per fregarsene, lavoro sicuro, soldi sufficienti a ignorare gli altri, consenso di chi ci interessa, altri…
Ci sono molti modi per sostenere la propria reputazione, tutto sommato a ben pensarci una grossa fetta è legata ai comportamenti esteriori.

Metti l’educazione, intanto spari a raffica “Buongiorno” e “Buonasera”; “Grazie”, “Prego”, “Scusi”, “Permesso”.
E senza spendere neanche un euro incrementi il tuo tesoretto d’immagine.
Sono segni di debolezza? Sì anche, volendo estremizzare il concetto.
Ma poi se proprio non ce la fai, allora liberati e manda tutti a quel paese.
Però, caro mio, devi essere pronto a sopportarne le conseguenze.
Ragazzi, siamo animali sociali e viviamo insieme agli altri, con gli altri e per gli altri.
Ad ogni azione corrisponde una reazione di forza uguale e contraria.
Come dite? Citazione sbagliata?
La mia reputazione nelle materie scientifiche non l’ho mai difesa perché è sempre stata indifendibile.
Ma se un giorno vedrete un ultracinquantenne pelato e barbuto, con l’aria saputella, che gira per strada con una lunga tunica bianca saprete che qualcuno qui sì è conquistato il diritto a giocarsi la sua reputazione.
O forse ha solo vinto alla lotteria.

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