L’ascolto che passa dal cuore

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In prima elementare entra una classe di 22 bambini e ciascuno ha alle spalle una famiglia diversa, un modo di sorridere o un modo di imbronciarsi particolari.
Ogni bambino ha le sue paure che noi maestre non possiamo conoscere.
Quindi, bisogna andarci piano, da subito.
Bisogna pesare le parole senza lasciarsi andare alla facile ironia che confonde, la fretta che spaventa, l’immobilità che raffredda l’atmosfera, la serietà che fa il buio in aula.
Venendo da qualche anno di servizio sociale a domicilio per i bambini e avendo la possibilità di conoscerli a fondo nel loro ambiente di vita, difficile e complicato, quando ho iniziato a lavorare a scuola ho considerato tutti i miei alunni come fragili diamantini con un’anima di vetro: una battuta “innocua”per qualcuno può essere un colpo basso; un apprezzamento troppo marcato per un bambino  può essere tormento per l’altro che ha qualche difficoltà.

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La situazione di non conoscenza ti mette in una posizione delicatissima: come ti muovi puoi far danni. Devi riuscire a conoscere tutti nel più breve tempo possibile… e nel frattempo, magari, insegnare anche le tue discipline. Ma questa enorme, primaria difficoltà dà inizio ad una meravigliosa avventura ogni 5 anni diversa.

E’ vero che l’osservazione è la prima “arma” di conoscenza che abbiamo, con gli anni si impara a capire al volo certi segnali: le guance rosse, un pugno sul banco pensando di non essere visto, gli occhi che guardano in basso, le labbra che si mordono troppo spesso, la posizione sulla sedia che cambia ogni 10 secondi, la ricerca di uno sguardo complice…il disagio esce fuori in tanti modi.

Poi arriva l’ascolto… ma il nostro, non quello dei bambini.

C’è chi in due minuti vuole raccontarti la sua vita e c’è chi invece non parla.
E allora si ascolta il “rumore” del primo e il “silenzio” del secondo, rispettandoli entrambi, con l’intenzione di trovare, prima o poi, il capo del filo. Senza costruire un rapporto, l’insegnamento non passa e non passa neanche il rimprovero, qualora ve ne sia bisogno. Così ogni giorno, come Pollicino, si raccolgono briciole di conoscenza che lentamente ci aiutano a completare i puzzle di tutte quelle piccole persone e a capire le dinamiche che si innescano tra loro, se sono positive o dannose per qualcuno.

Insomma, l’ascolto dell’adulto è fondamentale, anche durante la lezione in senso stretto, non solo per tutti i motivi che ho esposto prima.
Ce n’è uno molto importante: se io, insegnante, propongo un modello di ascolto che regala attenzione a tutti i bambini (con i dovuti limiti) e che permette loro di raccontare ed esprimere idee anche durante la lezione, probabilmente, dopo un tempo non identificato, mi tornerà come un boomerang lo stesso dono da parte dei bambini, ma questo è tutt’altro che facile e veloce.

Intanto perché ogni bambino ha un modello di comportamento e di ascolto familiare diverso e non si può forzare la mano con urli e strilli per portare il silenzio e l’ascolto dopo la prima settimana di scuola.
E poi conoscere tutti non può voler dire adeguarsi a tutti i modelli: sarebbe impensabile!
Conoscere tutti vuol dire trovare, con il tempo e la discrezione, le strade anche personali per costruire il carattere della classe: un modo comune di affrontare i giorni insieme.

I grandi fiumi della terra che suscitano tanta curiosità tra i bambini sono un esempio bellissimo per spiegarmi meglio: hanno tantissimi affluenti che vengono da luoghi lontani e diversi.
Eppure, con qualche tormento e scontro vanno tutti a riempire il fiume più grande, scorrendo, cambiando in continuazione, ma rimanendo tra gli argini. E gli affluenti sono le storie dei bambini che pacificamente o con qualche mulinello (che può durare anche due anni scolastici) , prima o poi si trovano a “scorrere” insieme e a “capire il verso”.

Cari genitori, i vostri figli in tutto questo percorso “firmano un contratto”: quello che dal 1973 Jeanine Filloux (sotto il nome di contratto pedagogico) e dal 1986 Guy Brousseaux hanno definito CONTRATTO DIDATTICO.

Attraverso l’ascolto reciproco, insegnanti e bambini riescono veramente a fare un accordo che non è scritto e che  si respira nell’aria: io, maestra so cosa aspettarmi da te, bambino, e tu, bambino, sai cosa aspettarti da me. C’è qualche piccola clausola perché le persone crescono, e anche le maestre… ma scorre sempre nel “nostro fiume” è una certezza.

® Riproduzione Riservata

Volevo fare l’archeologa… invece sono moglie, mamma, sorella e maestra e per me è più che sufficiente, anzi, ottimo. Sono una donna “orgogliosamente media”, ma decisamente realizzata, che non si annoia neanche un po’…

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