Croazia in Europa: cosa cambia?

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Ultima modifica 6 Novembre 2015


Il 1° luglio la Croazia è ufficialmente entrata a far parte dell’Unione Europea.
È solo il termine di un processo iniziato quasi dieci anni fa, quando la crisi economica era ancora lontana.

Egoisticamente, da turista che va regolarmente in vacanza in Croazia da alcuni anni, non posso che essere contenta: per il momento restano le kune come moneta, e i prezzi quindi non dovrebbero variare, ma essendo state eliminate le frontiere in nome della libera circolazione di persone e merci non ci saranno più le famigerate code all’ingresso del Paese.

Mi viene da riflettere però sullo scopo di tutto questo allargamento dell’Unione, che era nata e sussiste per motivi meramente economici più che per radici culturali comuni, o in nome della fratellanza tra i popoli, checché ne dicano i demagoghi.
C’è chi parla di un allargamento a Paesi non ricchi o con una forte disoccupazione funzionale ad imprenditori che da Paesi benestanti vogliano delocalizzare e guadagnare ancora di più, speculando sul malessere altrui.
Non mi sento di dar loro torto, visto anche quanto è successo in Romania e Bulgaria, membri dell’Unione dal 2007 e prese d’assalto da schiere di furbacchioni.

Da quando è scoppiata la crisi economica, nel 2008, la situazione è andata progressivamente peggiorando anche a causa delle difficoltà dei paesi vicini alla Croazia e che sono i suoi principali partner commerciali, su tutti l’Italia.
Nel 2012 i consumi e la domanda interna sono diminuiti del 3 e del 2,9 per cento, gli investimenti diretti sono calati di 4 punti e la disoccupazione, secondo l’Ufficio statistico croato, supera il 20 per cento.
Più della metà dei giovani croati sotto i 25 anni è senza lavoro.

Insomma, non c’è molto da festeggiare. Forse sarebbe opportuno rivedere il concetto di Unione Europea o quantomeno i criteri d’accesso, oppure analizzare e ammettere a chi giova realmente questa europeizzazione di massa.

Sara Evangelisti

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