Dal pregiudizio alla discriminazione

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Ultima modifica 10 Novembre 2015

La grande bellezza” è sempre sulla bocca di tutti e non mi riferisco solo al film, alla bellezza di cui parla, quella straordinaria di una Roma antica, ma aggetta nel nulla e simbolo di una società contaminata da squallore, volgarità, solitudine, maschere avvizzite, corpi gonfiati, sfatti e ostentati.

Mi riferisco a quel percorso di ricerca sull’idea di bellezza che ognuno di noi dovrebbe avere, a quello di cui – proprio qualche giorno fa – faceva riferimento anche la Littizzetto nel corso della terza serata di Sanremo, a quell’ideale di bellezza intesa come “diversità” e non, ahimè, “chiodo fisso”: «Ciascuno è bello a modo suo, la bellezza è tante cose, non ha a che fare con la normalità. La bellezza è essere diversi». Parole sante, verrebbe da dire, peccato solo che, specie negli ultimi anni, in particolare per noi donne, l’importanza dell’immagine sia andata sempre più crescendo per la nostra accettazione sociale. Ci vogliono belle, in forma, toniche, piacenti ma, spesso, finiamo per sentirci inadeguate.

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Quale donna non ha pensato, almeno una volta, guardandosi allo specchio la mattina: “mamma mia, come sono brutta! Vorrei un seno più grosso, labbra più carnose e due taglie in meno!”.
E da qui la smania di ricorrere a piccoli trucchi o, addirittura, interventi correttivi-chirurgici.
Perché tanta ossessione? Scontato a dirsi, ma è la verità: la società ce lo richiede e la bellezza è considerata sempre di più una delle caratteristiche femminili essenziali. Oggi “il velo di Maya” ricopre così tanto il mondo delle apparenze, che la nostra interiorità e l’opinione pubblica non sempre riescono ad andare oltre, a ciò che siamo realmente dietro quelle immagini stereotipate, a quella considerazione limitata della donna, quale “macchina bella e brava”, relegata alle pulizie di casa o, peggio ancora, al sesso.

Non c’è da stupirsi allora se l’ultima campagna di Pubblicità Progresso ha dimostrato chiaramente quanto ancora esistano nel nostro bel Paese pregiudizi sul mondo femminile.
E lo ha fatto in maniera forte e incisiva attraverso una provocazione: cartelloni affissi alle fermate degli autobus di tutta Italia, contenenti l’immagine di una ragazza e un messaggio da continuare. Le frasi, volutamente incomplete, hanno consentito ai passanti di sbizzarrirsi con la fantasia. E, come previsto, in molti hanno completato le espressioni lasciate a metà. Peccato che nella maggior parte dei casi si sia trattato di volgarità e insulti: «Vorrei che mio marito menasse più forte», «Quello che chiedo alle istituzioni è un ferro da stiro», «Al lavoro mi piacerebbe stare sotto la scrivania», «Dopo gli studi mi piacerebbe farmi mantenere». E questi sono stati solo alcuni degli esempi meno volgari. Inutile dire che gli altri, anzi, i più, abbiano fatto riferimento alla sfera sessuale e alla violenza.

E, nonostante qualcuno l’abbia criticata e qualcun altro difesa a spada tratta, la campagna sembra aver colto nel segno, ovvero far capire come la discriminazione di genere sia largamente diffusa e ci circondi ovunque, anche alla fermata dell’autobus.
Certo, non pretendiamo che una pubblicità possa risolvere il problema o (ri)educhi qualcuno – sarebbe troppo semplice – ma di sicuro, anche grazie alle critiche generate, ha fatto molto discutere.
Del resto, non è forse vero il detto “nel bene o nel male, l’importante è che se ne parli”?

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