Ultima modifica 21 Maggio 2018

Non posso completamente definirmi una nuova mamma, piuttosto potrei essere paragonata a una mamma d’altri tempi, di quelle che non ce ne sono più, di quelle che si potevano trovare in Italia sessanta, settant’anni fa. Una mamma che, grazie alla legge sull’aspettativa per seguire il coniuge all’estero, ha riconquistato la sua dimensione familiare.

Chi è una mamma expat? E’ una donna che ha un grande dono: il tempo. Per dedicarsi a figli e marito, per accompagnare i bambini a scuola e curare la casa, per cucinare a volte anche piatti elaborati di tradizione italiana. E ha il tempo per curare anche se stessa; ginnastica, nuoto, lezioni di lingua straniera, frequentazione delle amiche, letture, navigazione in Internet sono soltanto alcune delle cose che riesce a fare.

Eritrea_Paesaggio

Prima di diventare una mamma expat avevo due figlie piccole e due lavori. Ero insegnante di scuola media e facevo la giornalista collaborando quotidianamente con due grandi testate locali: l’Eco di Bergamo e BresciaOggi, nonché saltuariamente con alcune riviste specializzate. Il che voleva dire lavorare tutto il giorno e a volte anche parecchie ore della notte.

Il tempo non mi bastava mai. Il mio più grande desiderio – pensate un po’! – era poter avere una giornata di almeno quarantotto ore. La sera ero completamente esausta per essermi divisa tra i vari compiti di madre, moglie e lavoratrice.

Quando nel 2006 venne bandito il concorso per l’insegnamento all’estero vidi uno spiraglio di luce, una grande opportunità per me e per la mia famiglia. Al concorso partecipammo sia io che mio marito, anche lui insegnante. In realtà a me premeva che fosse lui a superarlo, il mio obiettivo infatti non era quello di cambiare lavoro, ma smettere di lavorare seppure temporaneamente per avere del tempo da dedicare a me e alla mia famiglia. Così il giorno del concorso, mio marito seduto al banco davanti, io dietro di lui, ci impegnammo: lui al massimo, io un po’ meno.

Tornata a Bergamo, ripresi la vita di sempre. I mesi passavano e quasi non pensavo più a quel concorso. Poi, inaspettata, la nomina nell’agosto 2008. Fu il momento in cui la mia e la nostra vita cambiò completamente. Tutta la nostra avventura l’ho descritta in: www.destinazioneestero.wordpress.com dove racconto dei nostri tre anni ad Asmara, in Eritrea, in una sede giustamente definita dal Ministero degli Affari Esteri “particolarmente disagiata”.

Gli inizi non sono stati facili. Trasferirsi in Eritrea e voler continuare a vivere una vita confortevole vuol dire doversi trasportare tutto dall’Italia. Mobili, elettrodomestici, casalinghi, biciclette, auto, gruppo elettrogeno, filtro dell’acqua, parabola per la ricezione dei canali italiani, viveri. Soltanto quando arrivò il nostro container, dopo due mesi di attesa, riuscimmo ad assaporare il piacere di una vita tranquilla in quella piccola striscia del Corno d’Africa. Dopo tre anni ad Asmara, abbiamo deciso che la nostra avventura africana poteva dirsi conclusa e che era giunto il momento di fare nuove esperienze.

Così lo scorso settembre abbiamo ottenuto il trasferimento in Turchia, a Istanbul. Proiettati in poche ore dal continente africano a quello euroasiatico, Istanbul è apparsa ai nostri occhi come una splendida metropoli. Il mar di Marmara con le sue imbarcazioni, i grattacieli, il traffico cittadino, gli innumerevoli negozi e alberghi ci hanno fatto immergere in una nuova realtà che, se può sorprendere il viaggiatore italiano, ha un impatto indescrivibile su quello che viene dall’Eritrea. Qui la nostra vita ha decisamente riacquistato una dimensione europea, anche se io continuo sostanzialmente a vivere come ad Asmara, occupandomi felicemente della famiglia.

Cosa fa una mamma italiana a Istanbul? Oltre a preparare pasti caldi, pulire la casa, fare la spesa quotidiana, ha anche il tempo per organizzare dei piccoli gruppi di gioco il pomeriggio con i figli e i loro amichetti, prendere il çay (pron. ciai), ossia il té, con le amiche la mattina, andare alla scoperta della città, seguire corsi di lingua turca, visitare i bazar, invitare a cena gli amici il fine settimana.

Ma oltre a questo aspetto così gradevole della vita da mamma expat ce ne sono altri che lo sono un po’ meno. C’è la necessità di adattarsi a nuovi usi e costumi, ad esempio, di imparare una nuova lingua, la tristezza di dire spesso addio alle nuove amicizie. C’è la preoccupazione per i figli che crescono lontani dalla famiglia d’origine, per i genitori anziani lasciati in Italia, oppure i timori per il fatto di vivere in un Paese in cui le strutture sanitarie non sono all’avanguardia, o i problemi relativi all’istruzione dei figli. A questo scopo tra le expat italiane qui a Istanbul c’è anche chi ha deciso di contribuire gratuitamente alla rinascita della scuola italiana privata e di conseguenza passa le sue mattinate a scuola lavorando come segretaria o come assistente alla mensa, o come direttrice. Ma tutto ciò è possibile solo e soltanto perché il tempo per le expat è dalla parte delle mamme.

 

Raffaella Marchese

La redazione del magazine. Nato nel maggio 2013, da marzo 2015, testata registrata al tribunale di Milano. Mamme di idee rigorosamente diverse commentano le notizie dell'Italia e del mondo, non solo mammesche.

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