Dove finisce il nostro lavoro?

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Ultima modifica 20 Giugno 2019

Periodicamente gli insegnanti, nelle ore fuori dalla programmazione pomeridiana, partecipano a incontri con i servizi territoriali competenti che seguono bambini in difficoltà. Di solito è un piacere lavorare in tandem con questi servizi, devo dire, molto attenti sia ai bambini che al lavoro dell’insegnante. In uno degli ultimi incontri, lo psicologo che ha sempre detto sorridendo che non dobbiamo essere psicologhe (giustamente) quando proviamo a spiegarci alcuni atteggiamenti dei bambini, ci dice che dobbiamo comportarci come se lo fossimo… riguardo ai genitori.
Ovviamente non spiego particolari di nessun tipo.

Però questo mi ha portato a riflettere molto su quale sia lo spartiacque tra la professione dell’insegnante e…il resto del mondo lavorativo. Per rendere simpaticamente l’idea: Burocrazia incombente? Ce l’ho! Fare straordinari (correzione compiti a casa) non pagati? Ce l’ho! Capacità di relazionarsi adeguatamente con bambini e adulti? Ce l’ho! Capacità di utilizzare il computer e il computer rotto, la stampante e la stampante rotta? Ce’ho! Aggiornamento…a casa propria e a scuola? Ce l’ho! Capacità di organizzare, programmare, raccogliere dati, tabulare, valutare? Ce l’ho! Lavorare con e nell’ imprevisto? Ce l’ho! Conoscenze approfondite di pedagogia e psicologia infantile? Ce l’ho! Capacità di trasposizione delle conoscenze ai bambini? Ce l’ho! Condurre i bambini alla responsabilità personale e sociale? Ce l’ho! Educazione genitoriale…..mi manca.
Sì, perché un conto è relazionarsi con i genitori nel modo più educato possibile, dando delucidazioni sull’ andamento didattico e sul comportamento, al fine di migliorare sempre insieme. Un conto è fare massima attenzione al linguaggio, utilizzando sempre unil lavoro dell'insegnante tono positivo ed accogliente. Un altro conto è dover “indovinare” (perché solo questo potrei fare, non essendo del mestiere) dinamiche familiari seriamente problematiche non apparenti e parlare adottando strategie specifiche (della serie: la trasparenza fa danni quindi bisogna architettare discorsi in modo da rivoltare la frittata per il loro bene) che io non posso conoscere. Per la prima volta, ammetto, di essere in difficoltà a fare il mio lavoro…ma, mi chiedo, è il mio lavoro?
Forse sbaglierò, ma ho deciso che non lo è. Anche perché non si può giocare a fare lo psicologo. E’ pericoloso. Io posso soltanto aver chiara la situazione di un bambino ed esporla in modo semplice al genitore.
Se la situazione non migliora posso solo suggerire qualche strategia per agevolare un processo di miglioramento.
Se la strategia viene puntualmente ignorata (non per cattiveria ovviamente)…posso soltanto aiutare il bambino a scuola.
Se alla fine l’aiuto non viene riconosciuto dal genitore come necessario e anzi sbagliato? Posso ancora fare qualcosa: mantenere la calma, continuare ad aiutare il bambino come so fare e fargli sentire, almeno a scuola, che può contare su di noi…e non rispondere alle provocazioni. In fondo non è mio figlio, è un mio alunno. Merita la mia professionalità, la mia pazienza, la mia capacità di capirlo nella difficoltà…ma non posso entrare nel merito di una famiglia.

Questo è un lavoro per altre persone competenti. Fino a poco tempo fa pensavo di poter affrontare qualsiasi difficoltà contando sulla fiducia reciproca tra scuola e famiglia, di riuscire sempre a capire i genitori e a farmi capire da loro. Forse perché sono stata fortunata per un sacco di tempo, e ancora lo sono per il 98% (volendo dare un’idea)…ma è emerso quel 2% che mi ha fatto aprire gli occhi.
Non siamo infallibili e non siamo sempre pronti ad affrontare tutte le situazioni.
E neanche ci possiamo accollare responsabilità che per serietà (credo) non possiamo prenderci. Se tutti gli sforzi possibili sono stati  fatti e uno è consapevole di averli fatti, si può solo continuare a farli e camminare parando i colpi, senza lasciarsi abbattere troppo o scendere a livelli….con tutta la professionalità possibile e usando molta testa e poca anima (purtroppo). Fuori sta piovendo fortissimo.

Se dovessi uscire prenderei la macchina, o l’ombrello, o una busta di plastica oppure prenderei l’acqua in testa…ecco, io questa volta ho preso la macchina, poi l’ombrello, poi la busta di plastica che si è bucata…ho dovuto prendere l’acqua in testa. Ma mi sto asciugando. Continuo a insegnare (senza fare la psicologa) come so fare, avendo imparato qualcosa in più…a riconoscere che i limiti ce li ho io, ma ce li ha anche una professione. Visto che quelli della professione insegnante sembrano così labili per “tutto il mondo”, forse dovremo imparare a riconoscerli da soli, proprio per dare valore a quelle che sono le nostre reali competenze necessarie e imprescindibili.

Ylenia Agostini

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