E se la famiglia non collabora?

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Ultima modifica 16 Aprile 2013


Quando ho conosciuto Luca non conoscevo ancora la sua situazione scolastica. Sapevo che il suo DSA era accompagnato anche da una certificazione di disabilità, ma la prima impressione era stata buona. Quel ragazzino biondino, dagli occhiali blu e dalla cadenza diversa dal nostro dialetto, mi stava pure molto simpatico. Quando ho conosciuto i genitori, essi esordirono dicendo che quando nacque il loro bambino pensavano già allo stato estero dove avrebbe conseguito la specializzazione, poi piano piano le aspettative diminuirono…”ora saremmo felici se riuscisse a comporre una frase in stampato maiuscolo”. Questo breve racconto mette in evidenza una questione delicata: le aspettative dei genitori nei confronti dei figli. Quando incontro Roberto invece, che frequenta la quarta con risultati contradditori, la situazione è un vero e proprio rebus. In matematica il ragazzino è bravissimo mentre in italiano, con me, fatica a mettere in piedi un testo lineare ed ordinato. Un lieve disturbo della scrittura gli impedisce di comporre testi ordinati e leggibili, anche se il potenziale cognitivo del bambino è buono, ma fatico non poco a far passare questo messaggio alla famiglia.

La famiglia si arrabbia con la scuola che non capisce le difficoltà di Roberto, la scuola si arrabbia con la famiglia che non collabora per risolvere le difficoltà del figlio ed il bambino si trova in mezzo ad una “guerra” tra scuola e famiglia dove per spiccare il volo potrà contare solo sulle proprie forze.

Ambra invece è una ragazzina bravissima ed intelligente che frequenta la quarta elementare e che conosco fin dalla prima. Riesce bene in tutte le materie ed ha un carattere molto deciso e forte: secondo noi insegnanti sa benissimo come cavarsela in ogni situazione, molto più dei suoi compagni. Secondo la mamma invece è un fuscello pronto a spezzarsi ad ogni colpo d’aria e da difendere a spada tratta: a capo di un gruppo di genitrici ha portato avanti una sanguinosa battaglia nei confronti di un’insegnante di classe, a suo modo di vedere, “poco competente” e spesso noi insegnanti ci vediamo contestare alcune scelte educative fatte in classe, poco “giuste” o “demotivanti nei confronti dei bambini”.

Tre storie diverse ma unite da un fattore comune: le aspettative della famiglia, troppo alte nel primo e nell’ultimo caso e troppo basse nel secondo. Le aspettative della famiglia non sono negative in sé: quello che può essere deleterio è quando essa pretenda di sostituirsi alla scuola nelle scelte di tipo educativo, disciplinare,didattico. In parole povere: è giusto che la scuola assecondi le eventuali richieste della famiglia se non ne è convinta?

 E’ chiaro che se il rapporto scuola – famiglia risulta sbilanciato è solo l’alunno che ne fa le spese che, in quanto minore, deve essere tutelato nei suoi diritti, da adulti coerenti e responsabili.

Di fronte ad alcune attese smisurate la scuola può esporre i propri dubbi anche se spesso deve fare i conti con la sfera affettiva genitoriale, intrisa di emozioni e sentimenti, che spesso poco si adatta alla scelte di tipo didattico e scientifico. In questo caso la via più giusta è sempre quella dell’ascolto, per cui la scuola dovrà farsi carico di tre importanti atteggiamenti:

Ascoltare sempre le istanze dei genitori: anche se talvolta poco obiettivi, essi sono portavoci dell’interesse di un minore.

Argomentare eventualmente le proprie remore e discordanze: possibilmente su basi scientifiche ed esperienziali.

Motivare le proprie scelte e assumersi le responsabilità senza mai cercare all’esterno la causa dell’insuccesso formativo.

Arianna Simonetti

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