Ultima modifica 20 Giugno 2019

Ecco che accendo la tv in un pomeriggio settembrino di inizio scuola… che subito devo respirare forte.
Trasmissioni pomeridiane veramente inutili? No. Per quanto mi riguarda pure dannose.
Si parla di emozioni di bambini e ragazzi di oggi.
Se ne parla a ragione, perché è un’emergenza istantanea, perché le foto che ci arrivano oggi dal mondo di giovani – social ci lasciano atterriti per la superficialità e la criminalità con cui vengono gestiti affetti e rapporti.

Ma sento due frasi che, mentre riordino, mi lasciano lì a cercare di capire come, perché, da cosa si deduce cosa.

Si inizia a parlare di emozioni sregolate ed esce che l’educazione alle emozioni deve esserci FIN DALLA SCUOLA.
Poi si intervista un ragazzo che afferma che a scuola dovrebbe esserci più musica per sfogare le emozioni.

Ok. Partiamo dall’intervista al ragazzo.

Cosa vuol dire “sfogare”. Stiamo parlando della necessità di saper gestire le emozioni e mandiamo l’intervista ad un ragazzo che parla di sfogo e di musica.
Stiamo parlando di ragazze che filmano uno stupro, ma mandiamo un’intervista che parla di sfogo e di musica.
Messaggio?
Se lasciamo sfogare le emozioni allora va tutto bene?
Ah certo, se parliamo di un bel pianto dopo una crisi personale ci sta.
Ma il contesto mi sembra un altro negli ultimi giorni.
Primo centro mancato.bambini-pensierosi
Ora passo al secondo punto: l’educazione alle emozioni deve esserci FIN DALLA SCUOLA!

Stiamo pericolosamente spostando l’asse dell’educazione dei sentimenti verso la scuola e si stanno sommessamente spostando le coordinate dell’educazione affettiva.

E lo dice la Ministra. E lo dice qualcuno alla tv nazionale di pomeriggio. E lo dice poi nonna, che ha visto la trasmissione, a mamma che a sua volta lo riferisce alle amiche e va a finire che l’educazione alle emozioni passa la palla, in un decimo di secondo, alla scuola.
Si crea quell’atmosfera diffusa del “non lo dico proprio proprio chiaramente, ma va a finire così” che disimpegna la famiglia. Ovviamente non la famiglia che crede nel processo educativo, ma quella che non ce la fa e che trova una sponda di tutto rispetto alla latitanza.

E così anche la responsabilità segue a ruota: è colpa della scuola che non agisce.

C’è però un piccolo particolare: dobbiamo ricordare che l’educazione emotiva parte dalla nascita.
Lo dice Alberto Pellai, un’autorità in merito, ricercatore di Scienze Biomediche dell’Università  degli studi di Milano, in uno dei suoi bellissimi libri, intitolato “L’educazione emotiva”: parla proprio del fatto che i genitori, o comunque gli adulti di riferimento, devono aiutare il neonato (il neonato) e poi il bambino ad equilibrare la sua sfera emotiva, giorno dopo giorno. 14 anni prima che ne abbia 14, intende.

E dice anche che non servono particolari doti: l’ascolto, l’autorevolezza, la decisione.
Ora, mettiamo che un genitore non si impegni affatto in questo percorso per diversi motivi, come potrebbe la scuola, riparare questa voragine?
E, infatti, non ce la fa. E far credere che possa farcela è irresponsabile.
Rifletto tra me e me.
La cosa più banale a cui posso pensare: il bambino a casa non viene ascoltato e quindi non ascolta il genitore, costruendo un abisso nel rapporto.
Quel piccolo come potrà interiorizzare la dinamica della reciproca considerazione a scuola se a casa non rinsalda ogni volta il modello che gli viene proposto?
Voglio dire: un bambino o un ragazzo ha un legame ombelicale con la famiglia.
Ciò che vivrà in quel luogo affettivo sarà sempre più forte di tutto il resto.
E allora cosa vogliamo dalla scuola, oltre al fatto che confermi e faccia crescere qualcosa di buono che deve, deve, nascere in famiglia?
Se a casa persiste un modo individualista, non collaborativo, non empatico o violento, siamo sicuri che la scuola riesca a tenere botta durante l’adolescenza presente notte e giorno come fosse Baymax? 
Non ce la fa.
Parlo ogni giorno con tanti colleghi! Tutti sono convinti che non si fa scuola senza gestione del conflitto, figuriamoci se si può fare senza l’ascolto.
La scuola, credo nella maggior parte delle situazioni, fa la sua parte per forza.
Ma come sempre, senza famiglia (intesa nel senso più ampio, diverso, unico e indispensabile che esista) non si va da nessuna parte.

 

Volevo fare l’archeologa… invece sono moglie, mamma, sorella e maestra e per me è più che sufficiente, anzi, ottimo. Sono una donna “orgogliosamente media”, ma decisamente realizzata, che non si annoia neanche un po’…

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