Facciamo vivere qualche frustrazione ai nostri bambini: servono!

I bambini di oggi sembrano non sapere cosa siano le frustrazioni, piccole o grosse che esse siano.
Tutto viene facilitato, agevolato, reso semplice ed immediato.
Tutto viene concesso subito, non esiste più un tempo di attesa, di sospensione, di riflessione e di pensiero.
Penso a tutti quei bambini che, anche di fronte alla minima difficoltà, vengono aiutati dall’adulto, nell’immediato; un adulto che si sostituisce a loro, che pensa per loro, che fa per loro, o che fornisce al bambino lo strumento per uscire immediatamente dalla difficoltà.
Lara è una bambina di 3 anni. Frequenta da poco la scuola dell’infanzia.
Mostra un’evidente fatica a separarsi dalla sua figura di accudimento primaria per stare in classe con i suoi pari e la sua maestra.
Ha sempre bisogno del suo oggetto transizionale, del ciuccio, deve essere sempre accudita anche nelle piccole cose, ad esempio nell’alimentarsi, nell’andare in bagno, nel vestirsi, nel giocare.
Non è capace di stare da sola, di fare delle cose in autonomia, di divertirsi, imparare, apprendere dall’esperienza.
Lara rimane ferma così, fissa in questo modo di vivere la sua realtà, fino all’età di 5 anni.
Tra poco deve prepararsi ad andare alla scuola elementare, ma lei non se la sa cavare nelle cose quotidiane, tipiche di questa fascia di sviluppo. Ad esempio, spesso chiede di essere imboccata, non può ancora tollerare la separatezza dalla sua mamma o dal suo papà, si isola nelle relazioni coi pari e non appare ancora in grado né di svolgere adeguatamente i piccoli compiti scolastici proposti, né di sviluppare e condividere pensieri, emozioni, narrazioni come fanno i suoi pari.
Cos’è successo a questa bambina?
La spiegazione è da rintracciarsi nella capacità a tollerare le frustrazioni, ovvero nell’esperienza e nell’apprendimento mancati nel far fronte ad esse.
Lara non sa cosa vuol dire sentirsi in balia di un compito o un’attività, non sapere come fare a risolverlo, guardarsi dentro ed interrogarsi sulle possibili soluzioni, trovare dentro di sé la via d’uscita più o meno realizzabile o efficace.
Lara non lo sa perché ha sempre avuto a fianco a sé dei genitori sempre pronti ad intervenire per lei, sempre disposti ad aiutarla a risolvere i problemi della vita, sempre pronti a fornirle gli strumenti per evitare di sentirsi sbagliata, non capace, non in grado di fare delle cose, mancante.
Ed è così che è rimasta povera di introspezione, pensieri, emozioni, competenze che le permettessero di passare, anche solo per un istante, dalla fastidiosa sensazione di sentirsi frustrati, per poi vivere con entusiasmo la possibilità di sperimentarsi e riuscire.
Come genitori credo sia quindi fondamentale lasciare ai propri figli questa possibilità.
Ovvero la possibilità di attendere, aspettare, capire, guardarsi dentro, vivere la sensazione di non riuscire e poi di cavarsela da sé.
Questo permette ai propri bambini di sviluppare un senso di autoefficacia, di autostima, di sana grandiosità.
Viceversa, se ciò non avviene, avremmo bambini, al pari dI Lara, che apparentemente appaiono tutelati dalle diverse sfide o difficoltà della vita ma che, sul lungo periodo, saranno incapaci di stare nella vita e di affrontarla.

Rispondi