“Fammi una domanda”: i social tra i bambini.

Ultima modifica 3 Giugno 2021

Lo smartphone viene oramai utilizzato anche dai più piccoli, ovvero dai bambini della scuola elementare. All’incirca intorno alla quinta elementare, la maggior parte dei bambini possiede un dispositivo di questo tipo.

Ci sono diverse teorie ed approcci rispetto all’adeguatezza o meno di possedere un cellulare in questa fascia d’età.

Secondo il mio parere, il problema non è tanto avere uno smartphone in mano, il che potrebbe anche rivelarsi utile in alcuni casi, quanto avere al suo interno i social. E qui si possono aprire numerosi dibattiti.

Fammi una domanda

La mia attenzione in questo articolo vorrebbe tuttavia fermarsi sul “fammi una domanda” di Instagram.

È stata una ragazzina di 10 anni a farmi riflettere sulla questione che ora vi racconto.

Anna possiede il cellulare da un paio di anni.
I suoi genitori sono separati e avere in mano questo strumento per lei si è rivelato utile per restare in contatto con l’uno o l’altro genitore.

Anna utilizza le chat anche con i pari, facendo parte del gruppo della classe o del gruppo degli amici, come classicamente si usa in questa era.

Anna ha anche un profilo sulla piattaforma di Instagram, per cui resta in contatto con molte altre persone che conosce, a lei vicino, ma anche persone nuove che conosce online.

La sua attenzione è spesso puntata sul numero dei followers e sul numero dei like dei suoi post. Per ogni post o storia che pubblica verifica ogni due per tre la visibilità ottenuta e, di conseguenza, la popolarità che ne consegue. Più like ottiene, più seguaci ha, più si sente bene. É un’equazione matematica, che non finisce.

Fammi una domanda

Per tenere alto il suo livello di popolarità, abbellisce le sue foto con ritocchi e filtri, tanto che, a volte, è irriconoscibile persino a se stessa. Fin qui è quasi la norma tra i ragazzini.

Il pensiero che più l’attanaglia è ora diventato il gioco del “fammi una domanda”.

Nel suo caso, funziona così: la domanda in questione, postata sulla storia, sarebbe “cosa pensi di me?”, alla quale seguono una serie di risposte variegate.

Queste si stanno trasformando per lei in un’ossessione.

Anna conta le risposte positive, dove qualcuno le regala un complimento, dove gli apprezzamenti diventano per lei un nutrimento vitale.
Non ne può fare a meno, perché incidono sulla sua autostima, sulla grandiosità del senso di sé, sul suo benessere emotivo.
Ogni giorno, quasi, posta la domanda ed attende con ansia le risposte.

Un giorno però le cose girano in un altro modo.

La sua persona viene colpita da messaggi di ogni tipo: insulti, parolacce, provocazioni sul piano sessuale. Anna sta malissimo perché non è in grado di gestirli.
Tutti vedono queste parole, tutti cadono nella presa in giro collettiva, tutti la bersagliano per divertimento.

Tutto è online, visibile ai suoi amici, ai suoi famigliari, a chi la conosce. 

Anna non può fermare tutta questa cascata di parole e fatti perché le regole dei social sono così e lei stessa è responsabile di aver innescato la miccia per prima con il famoso gioco del “fammi una domanda”.

La sua stima sprofonda, tant’era fintamente alta, tanto cade realisticamente in basso.

Tutta la dinamica è duplicata (solo?!) se consideriamo la sua vastità sia nel mondo on line che off line. Su questo non ho risposte, ma suggestioni.

Quanto potere hanno questi giochi online?
Quale consapevolezza delle conseguenze del loro uso hanno i nostri ragazzi/bambini?
Quanto la loro autostima ed il loro benessere psicologico dipendono dallo specchio dell’altro?

La discussione è aperta, mamme. 

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