Felici ed imperfetti? Si può e si “deve”

Ultima modifica 19 Agosto 2017

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Nessuno è perfetto, si dice, eppure vogliamo esserlo. Impeccabili, precisi, affidabili, sempre a posto. A volte sfociando addirittura in un perfezionismo esagerato e svantaggioso. Quando ci mettiamo alla prova, pretendiamo di raggiungere traguardi sempre più elevati e impossibili.

Ci confrontiamo con le cose solo se sappiamo di poter eccellere. Quando non riusciamo a smettere di ripensare a un errore, a una distrazione, a una mancanza. Oppure ci misuriamo con gli altri e ci fermiamo se non siamo certi di distinguerci. Ci sentiamo affondare nella mediocrità se non brilliamo, vogliamo la perfezione da noi stessi. Quando la richiediamo agli altri. Siamo sempre pronti a correggerli, riprenderli, notare inesattezze e imprecisioni. Li vogliamo bravi, completi, validi, efficienti, altrimenti sono una delusione. Abbiamo bisogno di mostrare un’immagine impeccabile. 

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Il perfezionismo ha volti diversi, si maschera con atteggiamenti felicemente accolti di responsabilità, puntualità, precisione, caparbietà. Lo stimolo a fare sempre meglio è senza dubbio una motivazione portante per un’evoluzione creativa. Attenzione e impegno sono ingredienti preziosi se si accompagnano a un senso di soddisfazione personale. Se sbagliare diventa stimolo a riprovare. Il perfezionismo in parte può andare d’accordo con la nostra riuscita personale. Ma è necessaria la spinta a volersi migliorare, più che a rendersi perfetti.

Perché il perfezionismo può invece trasformarsi nella ricerca senza fine dell’impossibile. Renderci eternamente insoddisfatti, scontenti, sfiduciati. Ossessionati dal controllo, incapaci di improvvisazioni. Scrupolo, rigore, pignoleria si muovono sul filo della fragilità. Possono dare vita a un regime interiore stressante tra bisogno di fare sempre meglio, trovare traguardi ancora più ambiziosi e sensi di impotenza per l’impossibilità di raggiungerli.

E allora?

È necessario imparare a essere imperfetti, invece. Convivere con le nostre insufficienze e inadeguatezze. Sfruttare meglio le occasioni anche se non siamo il top. Soffermarsi meno sui dettagli, essere “globali” nel modo di vedere le cose, allargare la lente oltre che la mente. Diminuire la portata delle nostre aspettative su noi stessi e sugli altri, abbandonare le critiche, sintonizzarsi con la realtà in modalità più sciolte.

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Concedersi di essere “meno”: meno bravi, meno precisi, meno affidabili, meno belli, meno perfetti, meno sicuri. Meno efficienti, meno controllati. Serve anche questo. Uscire dalle griglie mentali di rendimento, produttività e successo.

Proviamo a capire chi siamo al di fuori di questi schemi. Sicuramente c’è altro. Bisogna imparare a commettere errori, lasciarsi andare allo sbaglio e lasciar andare anche le cose. Allentare il controllo sulla nostra vita e su quella di chi ci circonda.

L’autenticità non è perfetta ma libera.

Signori e Signore… felici ed imperfetti!!

Paola Lovera

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