Festa della donna, non chiamatemi femminista

Ultima modifica 5 Marzo 2018

Ci risiamo.
Anche quest’anno torna l’8 marzo.
Festa della Donna.

Sacrosanta, per le origini storiche e comunque per il significato che ha assunto nel tempo: lotta, diritti, parità, rispetto. Tutto giustissimo.

Mi fa impazzire l’idea che ci sia bisogno di una festa, di un giorno speciale, di riti più o meno seguiti e perpetrati negli anni, fomentati anche dal marketing: mimose, cioccolatini, cene di sole donne, eventualmente spogliarelli di bei fusti (perché no? Sappiate che quando un uomo nega di vedere un po’ di porno sta dicendo una grandissima bugia. Giusto che anche voi facciate quel che vi va).

Tutto giustissimo, ma perché un giorno solo?

Ma perché quest’aria di politically correct da “Salviamo il panda – Giornata mondiale contro l’estinzione del simpatico orsacchiotto” (che poi orsacchiotto non è, ma fa tenerezza, quindi marketing e lacrimucce).

Fiori, cioccolatini, regali e spogliarelli anche tutti i giorni: questa sarebbe giustizia, parità vera.

Se a qualcosa serve la Festa della Donna festeggiamola, fermiamoci un attimo, riflettiamo.

Ma se mi metto a riflettere impazzisco: un genere sessuale produce figli, un altro genere sessuale lo feconda.  Poi basta, la differenza – che è già immensa e splendida – è solo questa.

Ben vengano anche tutti gli altri generi per me, sono un paladino del LGBT e aggiungo la E proprio per parità completa. Mi riesce difficile parlare delle donne come categoria a sé, come qualcosa di diverso da me.

Siamo donne tutte e tutti, nasciamo da donne, abbiamo molti cromosomi identici.
Se la virilità è un concetto che si oppone alla femminilità non ci siamo, abbiamo idee sbagliate.

La più grande potenza e forza del maschio sta nel comportarsi nella stessa identica maniera con i due sessi.
Sta nel rendere la vita uguale, pur nella differenza; quei pochi muscoli in più che abbiamo sono solo un retaggio primordiale di quando l’omo cacciava e la donna in caverna cresceva i cuccioli.

Non è più così, non voglio che sia più così.
Le mie amiche e le mie colleghe sono brave o pessime, simpatiche o stronze, come i miei amici e colleghi.
Soffro come una bestia nelle cene volutamente di genere, fortunatamente rarissime.

Come dite?
La parità non è ancora affermata?

Bene, maschi, spingiamo tutti anche noi affinché ciò avvenga, ne guadagna l’umanità.

Spingiamo tutti perché non ci sia bisogno di una festa, ma che il ricordo e il significato di ciò che tale festa è siano presenti tutti i giorni dell’anno. Donne vi amo e vi odio, come amo e odio gli uomini.
Per me c’è un lavorone da grandi pontieri da fare ogni momento: parlarsi, capirsi, dividersi i compiti liberamente.

La mia generazione ha grandi difficoltà in questo, dovute ad aver vissuto epoche e ambienti meno illuminati, ma noi siamo maschi sappiamo anche essere forti ce la possiamo e in questo è la nostra bravura se ci riusciamo.
Figli maschi e figlie femmine: i piatti da lavare toccano a tutti a giro.

Vorrei che nel Parlamento e nelle case, specialmente su questioni di genere, le donne fossero più ascoltate, noi dobbiamo essere presenti, aiutare, collaborare attivamente, dire certamente la nostra ma per costriutire assieme non per usare la clava dei nostri antenati da dare in testa alle donne se al ritorno dalla caccia il pranzo non era a tavola.

Scrivo di pancia, perché l’8 marzo a me fa impazzire.

Siamo andati sulla Luna, su Marte, abbiamo debellato malattie tremende e poi?
Quando ci guardiamo negli occhi ci cala quella lente discriminatrice che ci fa vedere le cose diversamente a seconda dell’apparato riproduttivo? Non ci posso pensare. Impazzisco. Donne, augurissimi, ma sempre.
E siate anche voi coscienti di una parità vera, di contenuti, non di rabbia. Senza essere le prime nemiche di voi stesse e tra voi stesse, non ve lo meritate.
Quanto a me non chiamatemi femminista, amerei essere considerato solo un normalista.

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