Generazione così perduta?

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Ultima modifica 20 Giugno 2019

Ho letto due articoli inchiesta sul Fatto Quotidiano: i racconti di un’adolescente, che parla con termini quali “sverginare” e “darla via”, e quelli di un quattordicenne innamorato, che (s)parla della ex e delle sue compagne.

Comunque la metti, è sempre colpa delle ragazze.

Parlare d’inchiesta e pensare d’avere una visione a 360° del mondo adolescenziale e della loro sessualità, sulla base dei racconti di due ragazzini, personalmente mi sembra esagerato.

Certo che questa realtà esiste tra i giovani di oggi, ma mi rifiuto di pensare che riguardi il 90% dei pre-adolescenti. I ragazzi, per esperienza diretta con quattro di loro in casa, tendono a ingigantire i racconti, a gonfiarli in modo spropositato e a trasformare ogni piccolo episodio in una grande tragedia o in una grande gioia.

Ricordo una compagna di classe delle medie che, per anni, mi fece credere che il mio (poi) futuro marito fosse il classico stronzo di turno, che l’avesse illusa prima e subito abbandonata. Un essere mostruoso, per poi scoprire, anni dopo, che un abbraccio, dato dentro a un cinema, aveva creato il malinteso dello “stiamo insieme” da parte di lei al “ma anche no” di lui.

E parlo degli anni ’80.

Non c’è paragone con oggi – mi rendo conto -, soprattutto, con il modo attuale di rendere tutto “evento social”. Quante volte ho sentito dire dalla bocca della mia prima figlia, in tempi preadolescenziali, classici da “bimbaminchia”: “quella è una puttanella” o “scialla, mamma, fidati quella la dà a tutti”. Quanti discorsi fatti su questi argomenti!

Ho capito che era una fase anche quella legata all’esagerazione dell’età che, per fortuna, passa. Il problema è, semmai. quanto male può fare questa fase in qualche ragazzino/a più debole, ma questo è un altro discorso.

Sto per scrivere qualcosa di orribilmente ovvio ma, che a quanto pare, tanto ovvio non è. Tornando a parlare del passato, quando ancora la rete non c’era, mi capitò tra le mani un articolo di una rivista americana che, dopo lunga e scientifica osservazione, arrivava alla stupefacente conclusione che a dare carezze ai propri figli si faceva loro del bene: la mia, ovvia, reazione di allora fu di grasse risate e scontata osservazione: “ma davvero gli americani devono dimostrare tutto, certe volte sembrano proprio così ingenui”.

E, invece, la stupida ero io, che l’ho pensato, che presuntuosa. La società americana, già molto più che multietnica allora, aveva imparato semplicemente a non dare nulla per scontato, cosa che la mia “prosopopea” tutta europea mi impediva di vedere.

Ecco, credo che siamo arrivati oggi al punto in cui stavano gli statunitensi trent’anni fa, e mi spiego meglio: il peso dei media sempre maggiore, i modelli da questi proposti, la scomparsa delle certezze della generazione figlia del ’68, l’irruzione del mercato in tutti, e dico tutti, gli aspetti della vita quotidiana, specie dei giovani, ha totalmente scardinato quelle che, una volta, erano certezze, in funzione di una necessità da prendere, di sfruttare le situazioni e apparire, vivere per il quotidiano e aderire ai valori proposti dai media in modo acritico, solo per non restare indietro rispetto agli altri, più allineati al costume diffuso che non riconosce alcuna autorità, ma non propone nuovi modelli solidi e condivisibili ma, fondamentalmente, solo atteggiamenti assorbiti, e lo ripeto, dai media, TV in primis.

Allora, ripartiamo dalle cose ovvie: ci vuole un’educazione all’affettività insieme a un’educazione sessuale, se non prima, lo so che sembra ovvio ma, evidentementem, non lo è.

Ci vuole una costruzione dell’autostima dei ragazzi su valori reali e non virtuali, ma è un’impresa quasi disperata, visto che dobbiamo combattere contro tutto il mondo giovanile, laddove TV e social networks sono la struttura su cui si regge l’esistenza di moltissimi ragazzi, e non un utile complemento a questa, come invece dovrebbe essere.

Ecco, ci vorrebbe più dialogo per smorzare certi estremismi, rendendo evidente la mancanza di significato di certa competitività.

Ma, davvero, non credo che sia una battaglia che possiamo vincere. Temo che potremo solo pareggiarla e vorrei tanto essere smentita.

Paola Bianconi

 

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