Il lato psicologico della fecondazione

Ultima modifica 4 Maggio 2018

Una delle cose che si deve considerare quando ad una coppia viene data la conferma di essere “infertile” è il lato psicologico.

infertilità

In genere uomini e donne reagiscono in maniera differente a questa “condanna” (si perché se il desiderio di avere un figlio è forte, questo è il termine, secondo me, più corretto) e in maniera differente affrontano la situazione.

Se la scelta successiva è quella di provare a percorrere tutte le strade pur di arrivare all’obiettivo (cioè avere un figlio), si deve mettere in conto l’inizio di un periodo molto impegnativo a livello psicologico perché il percorso che si inizierà sarà quello della fecondazione assistita.

Scegliere di avere un figlio tramite la fecondazione vuol dire che la donna, dopo aver affrontato una serie di esami, spesso invasivi, dovrà iniziare una forte cura ormonale prima di arrivare ad avere la possibilità di accedere alla fecondazione assistita.

Le cure ormonali che precedono la fecondazione vera e propria sono molto forti, costringono la donna a controlli continui in ospedale dove si deve recare per sottoporsi a delle ecografie che accertano che il proprio corpo stia reagendo nella maniera corretta e che i follicoli si stiano sviluppando per arrivare al momento in cui avverrà la vera ovulazione e il corpo della donna sarà pronto per procedere ed essere fecondato.

Questo momento nella vita della donna ha spesso dei risvolti psicologici impegnativi, gli ormoni che si assumono creano delle reazioni emotive che difficilmente si possono spiegare proprio perché generate degli ormoni (un po’ come quello che accade nella sindrome pre mestruale, con l’aggravante che in questo caso il tutto non avviene in maniera naturale ma “imposta” dai farmaci al fisico).

Ma questo è ancora il momento positivo, quello in cui le cure e gli sforzi che queste richiedono si sopportano perché si è consapevoli che sono mirate al raggiungimento di un obiettivo che altrimenti non si potrebbe raggiungere.

Il lato psicologico vero e proprio entra in scena dopo, soprattutto se qualcosa non va per il verso giusto: per esempio se si producono un numero insufficiente di follicoli, o al contrario se se ne producono troppi e quindi il medico comunica che non si può proseguire, oppure si arriva alla fecondazione e si vive con con ansia i 10/15 giorni che separano dall’esito e dal prelievo delle beta hcg che diranno se il sogno si avvererà oppure no.

Tutto questo nella testa di una donna lascia il segno, un segno che spesso è difficile da eliminare e spesso nella testa dell’uomo il segno che lascia non è lo stesso perché in questa fase la fatica è maggiormente sulle spalle della donna, spalle che non sempre ce la possono fare…

1 COMMENT

  1. Difficile parlare degli aspetti psicologici della fecondazione assistita. Ci si arriva dopo alcuni mesi o forse anche uno o più anni di tentativi di procreare in maniera naturale. Prima o poi l’entusiasmo e la gioia iniziale lasciano il posto alla preoccupazione che “qualcosa non vada”, per poi diventare (sia che ci sia un evidente problema, che non ci sia o che non si sia ancora arrivati ad una diagnosi, cosa che può richiedere mesi e controlli sempre più invasivi) consapevolezza di “essere un ramo secco”.
    Il nostro corpo non funziona. O forse siamo noi a non funzionare, perchè tutti dicono che “se ti rilassi, arriva”, e “appena non te lo aspetti, arriva”. E anche se non ci fai caso e vai avanti, nella tua mente si insinua il tarlo: perchè a me no? Perchè a loro sì? Qual’è la ragione?
    Io per fortuna mi sono sempre fatta poche domande, soprattutto ho evitato di paragonarmi agli altri. Ognuno ha le sue difficoltà, quindi mi sembrava inutile cercare confronti e giudicare gli altri, che non avevano alcuna colpa.
    Però non ho potuto fare a meno di pensare che il mio corpo mi tradiva, così come la mia mente, che ho dovuto domare perchè non mi portasse a diventare amareggiata e cinica nei confronti della vita.
    Non ho affrontato la fecondazione assistita con leggerezza, solo per “sistemare il problema”, forse all’inizio. Ma quando vedi che ad alcune la PMA funziona e ad altre no, e non sempre andare nel miglior centro è garanzia di successo, allora torni di nuovo alla tua fede, a ciò in cui credi e per non affogare ti ci aggrappi. E approfondisci cosa vuol dire stare al mondo, almeno io ho fatto così. Mi ha aiutato a continuare, a DECIDERE di fare questo o quello, invece di lasciare che fossero altri, i medici, a prendere decisioni e a “gestire” il muo corpo, da cui mi ero sentita espropriata. Anche questo è un altro aspetto psicologico importante: il corpo femminile e gli esperti che lo controllano (o almeno cercano di farlo) in cambio di soldi. Perdere il senso delle cose è facile.
    Non voglio dilungarmi, ma vorrei suggerire di chiedere alle donne che ci sono passate di spiegare come si sono sentite, perchè mentre per le mamme è forse più facile aprirsi e condividere, per noi che ancora non abbiamo raggiunto quel sogno è difficile, ma ancora più importante parlare. Ci sono molte incomprensioni riguardo le ragioni per le quali le donne scelgono la PMA, omologa, eterologa etc. Sarebbe bello che trovassimo uno spazio anche in comunità come questa de “Le Nuove Mamme”, dove si parla con semplicità di cosa vuol dire essere mamma. Sono sicura che le mamme che lo sono diventate grazie alla PMA apprezzerebbero, perchè se sei una mamma da PMA hai sempre in fondo al cuore la memoria di quel dolore, il dolore da “ramo secco”.
    Grazie di parlare di queste tematiche.

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